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Domenica 04 Dicembre 2016

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Festa della Repubblica: dopo le celebrazioni ufficiali, le storie di donne e uomini eccezionali

Dalla guerra al voto

Fotografie, filmati, emozioni che da ieri scorrono sul web. Parliamo delle celebrazoni tenutesi a Latina in occasione del 70° anniversario della Fondazione della Repubblica e del riconoscimento del diritto di voto alle donne, chiamate per la prima volta in Italia a partecipare alle consultazioni amministrative, al Referendum Istituzionale ed all’elezione della Assemblea Costituente. Oltre alle foto però, resta qualcosa in più. Ieri infatti il Prefetto, Pierluigi Faloni, ha consegnato le Medaglie d’Onore ai familiari di 4 cittadini pontini deportati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra nell’ultimo conflitto mondiale. Successivamente, in ricordo dei 70 anni dal primo voto alle donne, il Prefetto ha consegnato, in un clima di sentita partecipazione, gli attestati a 7 elettrici, residenti nella provincia, che nel 1946 hanno votato per la prima volta. Persone che fanno parte della storia del territorio, testimonianze preziose che riportiamo.

LE MEDAGLIE D'ONORE 

Prigioniero n° 56286

Salvatore Dies nasce l’8 marzo del 1916, in piena prima guerra mondiale. Appena ventenne, perduto il padre, diviene l’unico sostegno per la sua famiglia,che si trasferisce a Ponza dove Salvatore incontra la giovanissima Antonietta, sua futura moglie e madre dei loro 6 figli. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale Salvatore è chiamato alle armi e destinato al fronte in Albania, dove viene fatto prigioniero dai nazisti dopo la firma dell'armistizio. Immediatamente deportato in Germania, viene internato in vari campi di concentramento;nel campo di Dortmund, Stalag VI-D, scrive la poesia “Attesa“, pubblicata il 20 marzo del 1944 sul giornale “La voce della Patria". Tutto il dolore di quei lunghissimi mesi si racchiude in pochi versi accorati e struggenti. Parole di speranza e di mestizia, parole di fierezza e di resistenza alle insidie dei carcerieri che volevano che loro, i prigionieri,  si facessero nemici dei propri connazionali,  per aver privilegi e non torture.


Sergente Mario Guglietta nato il 7 marzo 1915 a Gaeta fatto prigioniero a Casalmaggiore (Cremona) l’ 8 settembre 1943, e deportato in Germania a  Dortmund nello Stammlager VI D.I familiari conservano la  corrispondenza  del loro caro prigioniero sotto forma, perlopiù, di cartoline postali che, per esiguità di spazio, consentivano una comunicazione stringata ed essenziale. Nelle sporadiche lettere,  Mario Guglietta esprimeva la costante preoccupazione per la sorte dei propri familiari lontani, resa ancora più dolorosa dal vuoto di notizie che, a volte, si protraeva anche per molti mesi. Riacquistata la libertà e ricongiuntosi ai familiari, raccontava della quotidianità vissuta con i compagni  dello Stammlager VI D. E testimoniava di come, pur nella dolorosa  situazione di precarietà condivisa dai prigionieri in quel drammatico periodo storico vissuto lontani dalla propria Patria e separati dagli affetti più cari, essi fossero uniti  in relazioni di solidarietà, amicizia, confidenza, che nelle difficoltà comuni erano riusciti a creare.

 Prosperi Antonio nasce il 2 gennaio 1920 a Cisterna di Roma (all’epoca), da Prosperi Paolo (vigile urbano) e Paoletti Tullia.Terminati gli studi delle elementari inizia a lavorare presso una locale officina di fabbro, facendo esperienza nel mestiere di maniscalco. All’età di 19 anni viene ammesso al reggimento “Genova Cavalleria” e partecipa al corso di mascalcia nella famosa Scuola di Cavalleria di Pinerolo. Nell’anno 1939/1940 gli viene rilasciato l’attestato di “Caporale aiuto maniscalco”. Dopo un periodo di trasferimenti al 10° e 51° reggimento di artiglieria viene dislocato al ”XIV Reggimento Cavalleggeri di Alessandria 3° squadrone” e con lo stesso distaccato a Palmanova. Prende parte al secondo conflitto mondiale con il grado di Caporal Maggiore Aiuto Maniscalco e partecipa a tutte le azioni di guerra nel settore Balcanico (Slovenia-Croazia-Litorale Dalmata). Alla dichiarazione di armistizio dell’8 settembre 1943 cerca di rientrare in Italia ma viene catturato il 12 settembre 1943 a Castelnuovo d’Istria dalle FF.AA. tedesche, che il 14 settembre 1943 lo trasferiscono nel campo di concentramento XX B di Marienburg (attuale Malbork) nella Prussia Orientale (oggi Polonia). Gli viene assegnato il numero di matricola 56773 che lo accompagnerà in tutte le vicissitudine della prigionia, fino al campo di Elbing  (attuale Elblag in Polonia), dove verrà impiegato nel lavoro obbligatorio come lattoniere presso la fabbrica “Busingnag” dove si realizzavano autobus per trasporto truppe. Viene liberato dall’avanzata dei Russi ed ha inizio l’odissea in vari ospedali della C.R.I. in quanto affetto da T.B.C. polmonare che lo rende invalido. Tourun (Polonia) e Klatowy (Repubblica Ceca) sono alcune delle tappe. Rientra in Italia il 26 gennaio 1946 ed è costretto a transitare per i sanatori di Merano (Bolzano) e Sondalo (Sondrio). Durante la lunga degenza consegue la licenza di avviamento professionale commerciale.

 Leonardo Totaro  nato a Manfredonia il 18 dicembre 1899. Maresciallo Maggiore presso gli Stabilimenti Militari di Pena di  Gaeta, sposato con Anna orlando.  Hanno avuto quattro figli:  Paolo, Gina e Maria deceduti, e Francesco. Nel settembre del 1943 è stato catturato in un  rastrellamento e rinchiuso nel carcere militare di Gaeta (Castello Angioino), da cui  è stato successivamente deportato in Germania, a Augsburg, dove è rimasto, da internato, fino ai primi di giugno 1945. Al suo rientro in Patria ha ritrovato i suoi cari che, durante la sua assenza, erano stati portati anch’essi nei campi profughi della Breda, di Ferentino e i Cesano di Roma. Durante la prigionia è stato nominato Capo Campo per le sue doti, ed era benvoluto da tutti. Ogni giorno accompagnava i prigionieri a Sal Donau, una località dove  costruivano e riparavano aerei adibiti al trasporto di pezzi di ricambio. È stato riammesso  in servizio presso gli Stabilimenti Militari di Pena di Gaeta l’11 giugno del 1945. Nel 1952 gli è stata concessa la croce di Guerra per la deportazione in Germania.

LE PRIME ELETTRICI

Teresa Conte nata a Minturno 8.10.1915 Cento anni e non sentirli, anzi raccontarli. Teresa ha votato nel 1946 nella frazione di Tremensuoli (Comune di Minturno), dove è nata. Teresa ha fatto la contadina per tutta la vita. La sua è una storia semplice, a tratti drammatica, ma di una donna forte contro tutte le avversità. “Quello che mi ricordo – ci ha detto -  è che quando ho votato mi chiedevo perché? A che serve questo? Sono andata al seggio insieme a mio marito e ho fatto quello che mi aveva detto lui. Ma non sapevo a che servisse. Pensavo comunque che fosse una cosa buona. Era appena finita la guerra e ci aspettavamo qualcosa di meglio, di buono”. I ricordi di Teresa sono più concentrati sulla guerra, perché Minturno si trova proprio sulla linea Gustav dove si sono fronteggiati tedeschi e alleati. I tedeschi sono arrivati prima e l’hanno cacciata dalla casa di Tremensuoli dove viveva già con due bambini e il marito. E’ scappata sulle montagne vicine ma poi i soldati sono arrivati anche lì ed è stata “sfollata” a Cesano (Roma) dove purtroppo è morto il figlio più piccolo (che aveva tre anni e mezzo). Teresa è tornata a Tremensuoli (distrutta dalla guerra) nel 1945 e nel ’46 ha votato per la prima volta.

Giuliana De Nardis Nata a Roccagorga il 15.01.1923, vive a Roccagorga  Giuliana è stata la sarta del paese e la sua è una storia originale che rimanda un ritratto nitido del dibattito politico che accompagnò il referendum del 1946 anche in un piccolo centro di montagna qual è Roccagorga. Giuliana ha preso il “diploma elementare” come dice lei, cioè ha frequentato tutte e cinque le classi delle elementari, che per l’epoca e soprattutto per le donne era molto spesso un traguardo irraggiungibile. E’ stata protagonista a suo modo di quella stagione elettorale che per la prima volta riguardò anche le donne. Giuliana – come lei stessa ci ha raccontato  - ha votato per la Monarchia e ha fatto propaganda elettorale porta a porta. Andava a casa di parenti e conoscenti e invitava a votare per il Re e molti le rispondevano: “Sì, io voto la Regina”,  poiché l’icona della  Repubblica ha la coroncina. Giuliana dice che molti suoi compaesani in questo modo furono convinti di scegliere  la Monarchia invece votarono per la Repubblica. “Il voto – come ci ha detto ancora Giuliana – fu molto sentito in paese e le persone andarono ad assistere ai comizi portandosi le sedie da casa”. Lei ha votato presso la ex casa del fascio e ricorda che c’era la fila alle urne perché tutti sapevano che era una “cosa importante”.

 

Luisa Guglietta nata a Lenola il 12.5.1925 - Oggi risiede a Fondi Luisa ha votato a Fondi nell'istituto Aspri (oggi omnicomprensivo), il 2 giugno del 1946 era incinta della prima figlia, una bambina morta nel novembre successivo. Ha votato Monarchia come le aveva detto di fare il padre perché così andavano le cose allora. Per tutta la vita ha fatto la mugnaia e ancora oggi macina direttamente il grano nel mulino rimodernato che si trova al centro dellacittà.
Di quel giorno ricorda le  schede elettorali e il fatto che non tutte le donne di Fondi andarono a votare perché la maggior parte  non sapeva a cosa servisse e i padri o i mariti dissero loro di non andare. Lei stessa seppe che doveva votare pochi giorni prima del 2 giugno. “Devi andare pure tu, mi disse mio padre perché hai 21 anni adesso e ti 'tocca'. –ci ha raccontato  Luisa - Quel giorno ho messo il mio vestito migliore perché mi sembrava che stessi facendo qualcosa di importante. Mi ricordo che poi in piazza Fondi ci furono i festeggiamenti di coloro che avevano vinto, ma diciamo che non mi interessava molto, ero incinta quindi... avevo altro cui pensare”. Nei ricordi di Luisa c'è più la guerra che il dopoguerra: “Fondi è stata rasa al suolo, ci hanno rubato tutto, anche il cavallo. Prima dell'arrivo dei bombardamenti avevamo portato 20 quintali di farina in montagna a Lenola, con i muli, e avevamo nascosto i sacchi sotto una capanna. Quando la guerra è finita siamo andati a riprenderli, abbiamo riaperto il mulino e siamo sopravvissuti”.

 Amelia Lamesi nata a Veroli (provincia di Frosinone) il 13.8.1924, risiede a Fondi, ha votato a Fondi Amelia è arrivata a Fondi quando aveva due anni, con la sua  famiglia, e ha sempre vissuto al salto di Fondi, sul mare. Ha fatto la contadina e ha avuto quattro figli. Il 2 giugno del 1946 ha votato nel seggio allestito presso la scuola del centro della città e ricorda di essere andata alle urne a bordo del "cassone" di un camion. Quel camion era stato messo a disposizione dal Comune, è stato una sorta di autobus per raccogliere tutti i giovani aventi diritto al voto che si trovavano nelle campagne e che altrimenti non avrebbero saputo come recarsi alle urne perché non c’erano altri mezzi di trasporto, non tutti avevano la bicicletta. Amelia ci ha raccontato che il "viaggio" di andata e ritorno dal Salto di Fondi al centro fu una specie di festa perché alcuni “passeggeri”- elettori avevano l'organetto e suonarono per tutto il tragitto, quindi lei ricorda quel giorno come una scampagnata tra amici, comunque un giorno particolare nel quale si sentiva nell’aria che stava accadendo qualcosa di importante anche per lei che era solo una ragazza.

 

Giuseppina Riccardi nata a Fondi il 4 aprile 1925, è residente a Fondi. La signora Giuseppina non ha figli, per tutta la vita ha fatto la contadina, vive sulla provinciale per Lenola e appartiene alla Fondi che è andata avanti grazie all’agricoltura, che ha creato un’economia di produzioni orticole oggi conosciuta in tutta Europa. Sia lei che il marito hanno sempre lavorato in agricoltura. Del giorno del referendum ha pochi ricordi nitidi ma racconta che fu un giorno speciale perché c’era la fila ai seggi e molti avevano indossato l’abito della festa, delle occasioni importanti e quella le sembrò un’occasione importante anche per le persone più semplici e anche per le donne, dunque anche per lei.

 *Rosa Rosati nata a Castro dei Volsci (provincia di Frosinone) e residente a Terracina dal 1933. Rosa è vedova, si è trasferita a Terracina da bambina insieme alla sua famiglia e anche il giorno del referendum del 1946 si recò alle urne con i genitori. Ci ha raccontato che i seggi elettorali erano stati istituiti nel Centro Storico Alto della città, presso Palazzo Braschi (detto Palazzo del Papa). Lei abitava nella parte bassa e dunque andare a votare fu un piccolo viaggio in bicicletta per tutta la sua famiglia. Al seggio fece la fila proprio perché c’erano molte donne che votavano per la prima volta. “Ero felice di poter scegliere, di poter dire anche io la mia, di contare in una cosa importante”, ci ha detto. Da allora Rosa ha sempre votato, in tutte le consultazioni elettorali perché convinta, appunto, di poter contribuire alla scelta delle persone che “ci debbono governare”. Ha saltato solo l’ultimo referendum di aprile scorso per motivi di salute.

 

**Antonietta Ulvieri nata a Gaeta il 25 marzo 1922. Antonietta è una donna di mare, moglie di un pescatore, ha fatto la casalinga, ha avuto quattro figli e una vita vissuta come la vivono le donne dei marittimi, ossia stando per lunghi periodi da sole perché i loro uomini sono, appunto, “imbarcati”. Dunque un ruolo centrale nella famiglia cui , però, non corrispondeva una posizione altrettanto importante nella società. Per questo quel voto espresso il 2 giugno del 1946 fu per Antonietta una forma di riscatto sociale. "Ho un ricordo chiaro, nitido, del momento in cui sono andata a votare.–ci ha raccontato - Quelli erano gli anni in cui la donna si occupava della casa, dei figli e del marito. Non aveva voce in capitolo nelle questioni politiche.  Noi donne, relegate sempre in ruolo sociale secondario, non eravamo state messe in condizioni di capire di politica e società. Andare a votare fu per me una gioia: come donna mi sono sentita considerata. Per la prima volta veniva chiesto anche il mio parere. Il mio voto fu espressione del mio pensiero, della mia voce. Ho votato per la Repubblica".

 

***Ottavia Fioratti, nata a Cataloi (Romania) il 14.03.1923, risiede ad Aprilia La famiglia di Ottavia apparteneva alla colonia italo rumena rientrata in Italia tra il mese di marzo e ottobre del 1940. L’Opera Nazionale Combattenti, nell’ambito dell’immigrazione interna delle terre bonificate, assegnò alla famiglia il Podere n. 2711 in località Fossignano, Aprilia.Sfollata al tempo della guerra e trasferita in treno in direzione Monterotondo, la Signora Ottavia ricorda il bombardamento che colpì anche la testa del convoglio su cui viaggiava e dal quale uscì miracolosamente illesa.Tornata ad Aprilia nei primi mesi del 1946 si sposa con Domenico PRINI (scomparso nel 2010) e insieme a quest’ultimo si trasferisce nel Podere n. 2588 in Via Toscanini, dove tutt’ora risiede.Il 2 giugno 1946 si reca alle urne e partecipa alle votazioni per il referendum (non ricorda per chi ha votato).

 

****Giselda Sferini nata a Priverno il 07.11.1922, risiede  Priverno. Le prime parole pronunciate dalla sig.ra sono state: “a me ha fatto molto piacere  andare a votare e  mi sono detta ma guarda un po’ puro le donne finalmente contano un po’”!!!Poi ricorda di essersi recata a votare presso il seggio posto all’interno dell’allora scuola elementare di San Nicola e di aver votato per il Re .Ricorda anche che “la scheda era grande” e che a votare ci è andata da sola e ben vestita.Giselda ha frequentato la scuola fino alla terza elementare e sapeva leggere e scrivere, era andata ad apprendere il mestiere della sarta e visto che le riusciva bene la madre le aveva comprato, con parecchi sacrifici,  una Singer, funzionante ancora oggi, poi aveva aperto un laboratorio dove cuciva dei bei abiti da sposa creati da lei ed aveva  4 o 5 ragazzette che oggi potremmo chiamare apprendiste, “si stirava usando il ferro riscaldato con il carbone”.Suo padre, aveva lavorato alla bonifica come capo squadra “perché era bravo e preciso”.Durante il periodo bellico, mentre il padre era nascosto in una soffitta del centro storico per non essere preso e mandato in Germania, lei, la sua famiglia e dei parenti erano sfollati nella zona collinare di Priverno detta “Boschetto”, vivevano tutti in una capanna “fatta solo di canne”; lei che era svelta andava in bicicletta da Priverno a Borgo Hermada da una zia per recuperare “nu poco de fagioli, patate e frutta se c’era” per aiutare  sfamare la  famiglia, ma la sua bicicletta era “proprio un ferro vecchio nun ciaveva nimmanco li freni"

Per il materiale raccolto:

 (Testimonianze raccolte dalla Giornalista Graziella Di Mambro)

*(Testimonianza raccolta dal Comune di Terracina)

**(Testimonianza raccolta dalla Giornalista Paola Colarullo)

***(Testimonianza raccolta dal Comune di  Aprilia)

****(Testimonianza raccolta dal Comune di Priverno)

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