Erano state inserite nell'elenco del ministero delle Politiche agricole per i finanziamenti sul disarmo delle imbarcazioni ma i fondi a disposizione erano finiti prima che fossero erogati gli aiuti economici della Comunità europea. Per tre pescherecci, avviati al disarmo e alla demolizione, si è aperta una controversia legale lunga cinque anni su cui nei giorni scorsi ha messo la parola fine il Consiglio di Stato. I giudici amministrativi hanno respinto tre ricorsi straordinari al presidente della Repubblica, depositati da altrettanti titolari di pescherecci. La storia parte da lontano. Il ministero delle Politiche agricole nel 2012 ha archiviato l'istanza dei ricorrenti rivolta al riconoscimento del premio. Tra l'ottobre del 2008 e il maggio del 2009 i proprietari presentarono domanda di ammissione al premio di arresto definitivo dell'attività di pesca delle imbarcazioni, mediante la demolizione delle stesse. Tramite Capitaneria di porto, le pratiche vennero trasmesse al ministero. Nel 2010 fu approvata e pubblicata la graduatoria relativa all'ammissione. Le imbarcazioni, con posizioni diverse nella speciale classifica del ministero, ottennero di essere ammesse. Ma nel 2012, quando si trattò di finanziare materialmente le operazioni, le posizioni furono archiviate. Il motivo? «Malgrado il peschereccio abbia i requisiti - si legge - non può essere ammesso a contributo per l'esaurimento dei fondi stanziati». Nel ricorso straordinario al presidente della Repubblica, i titolari hanno contestato la legittimità del provvedimento, rilevando un eccesso di potere del ministero e un'errata applicazione dei regolamenti della Comunità europea. Motivi che, analizzati dal Consiglio di Stato, sono stati respinti. I giudici hanno infatti chiarito che i fondi comunitari sono stati utilizzati sulla scorta di un regolamento attuativo del Governo italiano in cui si chiariva che la concessione dei contributi era subordinata alle disponibilità finanziarie.