Si comincia a lavorare a settembre, e si prende lo stipendio a marzo dell'anno successivo.
Poco importa che sia uno stipendio «importante», perché costituito dalla somma dei sei mesi di lavoro arretrati; non sempre si è in grado di sopravvivere per sei mesi senza aver mai percepito un salario. Specie se si hanno dei figli e nessun'altra fonte di reddito oltre al proprio lavoro. Nell'era del precariato succede anche questo, ma a meravigliare stavolta è il fatto che a pagare con sei mesi di ritardo non sia un'azienda privata in affanno, ma lo Stato. E a fare le spese di questa inammissibile vicenda sono proprio dei precari, della scuola, docenti supplenti che ottengono incarichi della durata di un anno, cioè ottenuti a settembre e in scadenza il 30 giugno. La regola è che i docenti inquadrati con quel tipo di supplenza dovrebbero percepire lo stipendio il 23 del mese successivo a quello di competenza, ma pare che questo non accada.
«Sono sei anni che lavoro come docente con queste lunghe supplenze - spiega un'insegnante pontina - e da sei anni accade che io percepisca il mio primo stipendio a marzo dell'anno successivo a quello dell'inizio del lavoro. Ho sempre ricevuto tutto, e siccome fino allo scorso anno ho potuto supplire con risorse mie a questo ritardo, non ho mai ritenuto di dover cercare soluzioni alternative. Ma quest'anno non è così, e non so come fare per tirare avanti». L'insegnante ha preso la strada dell'Ufficio di Ragioneria Territoriale (ex Meccanografico) di viale Nervi, dove ha chiesto se era possibile ricevere uno stipendio in tempi accettabili. La risposta è stata «no».