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Venerdì 02 Dicembre 2016

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Il presidente del Gaeta Calcio, Mario Belalba
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Belalba:
non fu estorsione

Gaeta

Per il Gup del tribunale di Cassino Aneglo Valerio Lanna, il presidente del Gaeta calcio non fu un’estorsione quella che mi se in atto nei confronti di un ex giocatore, bensì si trattò di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Ieri si concluso il primo grado del processo a carico di Mario Belalba e Francesco Morabito, il primo appunto presidente del Gaeta calcio e il secondo giocatore della stessa squadra. Il gup ha celebrato il processo in sede di giudizio abbreviato, così come richiesto da entrambi gli imputati, relativamente alla vicenda che ha visto coinvolto il presidente del Gaeta calcio. 

La pubblica
accusa aveva
invece chiesto
3 anni e mezzo.

Nel corso dell’udienza i due imputati, Belalba, difeso dagli avvocati Vincenzo Macari e Pasqualino Magliuzzi, e Mortabito, difeso dall’avvocato Pietro Romeo del foro di Reggio Calabria, erano presenti. La pubblica accusa, sostenuta dal pm Giammaria all’esito della sua requisitoria aveva richiesto condannarsi il Belalba alla pena di anni tre e mesi sei di reclusione ed il Morabito alla pena di anni due e mesi quattro. Dopo le arringhe difensive il gup ha assolto entrambi gli imputati dalla imputazione di concorso in estorsione, condannandoli invece unicamente per concorso in esercizio arbitrario delle proprie ragioni, alla pena di mesi due di reclusione.

Il giudice ha dunque accolto quanto sostenuto dalla difesa e derubricato il reato. La pena sospesa. Bisognerà attendere 90 giorni per conoscere le motivazioni che hanno portato il Giudice alla importante decisione. E’ finita così una vicenda verificatasi nel gennaio del 2013 quando presso l stazione dei carabinieri di Gaeta venne presentata una denuncia per estorsione da parte di un ex giocatore del Gaeta. La questione ruotava intorno ad un assegno di 8mila euro che serviva da garanzia a copertura dell’intera stagione calcistica. Il calciatore però andò via prima e manifestò la volontà di incassare l’assegno. Il presidente di contro chiese la restituzione di 5.500 euro ossia il residuo dell’importo incassato con la riscossione dell’assegno di 8.000 mila decurtato lo stipendio di 2.500 euro effettivamente dovutogli per il mese di dicembre 2013, mese in cui il rapporto professionale del calciatore era stato risolto.

Bisognerà attendere
90 giorni per conoscere
le motivazioni che hanno portato
il Giudice a tale decisione.

La questione si complicò, ovvero il procuratore avrebbe trattenuto l’assegno come garanzia per la restituzione del cartellino. Venne raggiunto un accordo ma i patti non vennero rispettati, poile cose precipitarono. La frase che costò l’arresto a Belaba fu «... altrimenti seguiranno i fatti». Ieri la fine di una vicenda che provocò non poco scalpore nel sud pontino e in tutta la provincia.

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