Il giornale di oggi

abbonati

sfoglia

Giovedì 08 Dicembre 2016

.




Natan Altomare al momento dell'arresto
0

Il filo dagli anni ‘90
a Don’t touch

Latina

E’ una catena inossidabile e mai spezzata quella che dai primi anni ‘90 ad oggi tiene uniti tutti i fatti di cronaca più rilevanti accaduti a Latina. Lo testimoniano gli atti dei processi, le sentenze e i faldoni delle ultimissime inchieste sulla criminalità locale.

Archiviata la stagione dei gruppi dediti alle rapine che tra il 1992 e il 1993 avevano contrassegnato un momento molto significativo nell’evoluzione della criminalità pontina mettendo a segno una serie di colpi miliardari, gli anni immediatamente seguenti avevano proposto nuove modalità di intervento della criminalità nel tessuto socio-economico del territorio, una sorta di inserimento letale all’interno del sistema comunitario locale veicolato da reati quali l' usura e le estorsioni, da subito apparsi come strumenti per il reperimento di fondi da destinare ai grandi traffici di sostanze stupefacenti, in particolare la cocaina, di gran lunga l’attività più remunerativa nel breve periodo.

E’ in quella precisa fase storica che la criminalità pontina assume, forse per la prima volta, una veste paraimprenditoriale, scegliendo di operare per quanto possibile nell’ombra, accantonando le azioni clamorose e riducendo la propria visibilità, limitandola ai momenti di guerra interna, agli omicidi «endogeni» provocati dalle scosse di aggiustamento degli equilibri interni al crimine. Quel cambio di mentalità è stato il punto di partenza di una nuova stagione che ha visto i criminali più rappresentativi impegnati nello sforzo di darsi una nuova veste per poter meglio reinvestire il frutto delle loro attività illecite, pur senza mai perdere quel potere di intimidazione che gli derivava dall’essere stati «altro». 

Mai davvero fermati, mai abbastanza considerati dalle procure e dalle forze di polizia, i «nuovi criminali» hanno potuto cambiare pelle fino a diventare punto di riferimento per alcune parti della società civile e imprenditoriale, quelle più deboli sotto il profilo etico, assumendo un ruolo di vero e proprio traino per le economie malate del territorio. Così, se da un lato assistiamo da vent’anni al perpetuarsi delle solite figure chiave ai vertici del crimine più o meno organizzato, dall’altro constatiamo l’aderenza di quelle stesse figure a spezzoni della società civile, a parte del mondo imprenditoriale, a espressioni della politica locale. 

La crisi economica fa il resto, insieme alla chiusura dei rubinetti del credito da parte delle banche. Ecco il predominio dei Ciarelli e dei Di Silvio, ecco le società e le imprese dei Tuma, ecco i contatti e le «mediazioni» dei Cha Cha, ecco i rapporti dei politici con i pregiudicati, ecco spuntare figure ambigue e trasversali come quelle dei Natan Altomare. Il futuro della città? Mai stato così incerto. Negli ultimi quattro lustri è mancata una diga capace di ostacolare e respingere il rinnovamento della criminalità e i suoi tentativi riusciti di introdursi nel tessuto connettivo della società e dell’economia locale, complici le disattenzioni delle amministrazione comunali che si sono susseguite, fin troppo disponibili a consentire l’affermazione di new entry opache attraverso la concessione di appalti e servizi e senza badare troppo ai retroscena dell’urbanistica, delle aree edificabili e delle varianti di Piano.

Credere di poter lasciare alle sole forze di polizia il compito di arginare il dilagante sviluppo dei sistemi criminali e il loro inserimento nelle dinamiche produttive della città è pura utopia, condita da una buona dose di malafede. Senza il muro della società civile e della politica che la rappresenta non c’è Procura né divisa che possa aiutarci a cambiare strada ed avviarci verso nuovi orizzonti di sviluppo, culturali ed etici prima ancora che economici.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400