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Mercoledì 07 Dicembre 2016

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Gianluca Tuma mentre lascia la Questura di Latina
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Don’t Touch, le accuse
reggono in blocco

Latina

Hanno retto praticamente in blocco le accuse nel secondo step davanti al Riesame per l’operazione Don’t Touch. La riserva dei giudici romani è stata sciolta. Restano quasi tutti in carcere gli indagati che hanno discusso il ricorso venerdì. Il collegio difensivo aveva chiesto l’annullamento della misura restrittiva firmata dal gip Giuseppe Cario che contestava a vario titolo diverse accuse tra cui associazione a delinquere, usura, estorsione e poi anche rivelazione di segreto d’ufficio. I giudici alla fine si sono pronunciati. Resta in carcere l’agente della Questura di Latina Carlo Ninnolino e il carabiniere in servizio al Reparto Territoriale di Aprilia Fabio Di Lorenzo, accusati di aver passato alcune notizie riservate sullo stato delle indagini agli indagati.

Sono state sciolte le ultime riserve per
gli indagati che avevano presentato il ricorso.

I due investigatori, secondo quanto hanno contestato i pubblici ministeri Luigia Spinelli e Claudio De Lazzaro, hanno fornito alcune indicazioni sullo stato delle indagini che erano condotte dalla quarta sezione della Squadra Mobile dove lavorava proprio Ninnolino. Il collegio composto dai giudici Nicolò Marino, Maria Viscito e Roberta Conforti, ha deciso che oltre ai due investigatori dovranno restano in carcere anche Angelo Morelli, Fabrizio Marchetto, Riccardo Pasini e Cristian Battello, mentre sono stati concessi gli arresti domiciliari a Fabio Bortolin, difeso dall’avvocato Alessia Vita e a Dario Gabrielli, assistito dall’avvocato Moreno Gullì che dunque hanno lasciato il carcere ottenendo una misura restrittiva meno afflittiva.

A distanza di tre settimane dagli arresti scattati lo scorso 12 ottobre, soltanto Natan Altomare è l’unico ad essere tornato in completa libertà e senza alcun obbligo oltre al romeno Ionel Caldararu, i giudici romani sembrano aver accolto in pieno la prospettazione degli inquirenti. Per molti proprio il Riesame rappresentava il primo vero banco di prova dell’inchiesta.

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