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Latina-Littoria, il fascismo e Le Monde

Latina

L'editoriale di Alessandro Panigutti

Imperversa sui siti, desta curiosità e suscita le reazioni più disparate l’articolo comparso l’altro ieri su M, il magazine dell’ autorevole quotidiano francese Le Monde, a firma del corrispondente da Roma Philippe Ridet, che dedica una serie di riflessioni sulla città di Latina all’indomani del voto per l’elezione del nuovo sindaco. Il titolo «Latina, à l’ombre du fascisme» vale da solo il riassunto dell’articolo, corredato da una serie di immagini che sembrano scelte su misura per sostenere le tesi esposte da Ridet.

La tornata elettorale di Latina non è passata inosservata neppure stavolta, e se nei resoconti fiume delle televisioni nazionali nella notte dello scrutinio il capoluogo pontino è stato trattato con sufficienza, riconfermando il ruolo di Cenerentola di una città troppo spesso confusa con una periferia romana, più da vicino hanno osservato le nostre vicissitudini i reporter stranieri. Su tutti, il prestigioso quotidiano parigino Le Monde ha dato spazio sul suo magazine M ad un articolo del corrispondente da Roma Philippe Ridet, col titolo «Latina, à l’ombre du fascisme». Latina all’ombra del fascismo.
Prendendo spunto dalla presenza di diverse liste definite di «estrema destra» tra quelle che proponevano un loro candidato sindaco, Ridet si spinge a tentare un’analisi che parte da un assunto molto netto: «Plus de quatre-vingt ans après sa naissance, Latina n’a rien renié de son passé fasciste». Tradotto, oltre ottant’anni dopo la sua nascita, Latina non ha rinnegato niente del suo passato fascista.
Ciò che testimonierebbe, secondo il corrispondente francese, l’attaccamento o piuttosto l’ammirazione che ancora suscita il Duce.
Niente che possa scandalizzare noi di Latina, ma forse niente di più lontano dall’effettivo carattere della società pontina del terzo millennio, la cui visione delle cose e del mondo, fatte salve le sacche di nostalgici in odore di estinzione, è piuttosto quella di una comunità pienamente consapevole del valore della democrazia e proiettata sui binari ideologici di un bipolarismo borghese fatto di centrodestra e centrosinistra, che lascia peraltro ampi margini di affermazione ad esperienze civiche i cui ambiti di riferimento politico-culturale sono assai distanti dal mito della palude e del Duce che volle prosciugarla.
E’ probabile che Philippe Ridet avesse già bene in mente quello che aveva in animo di scrivere sulla fascista Latina se non ha voluto fermarsi a riflettere quel poco che sarebbe servito sull’esito del voto del 5 giugno a Latina e sui risultati ottenuti dalle liste di «estrema destra». Ne sarebbe sicuramente venuto fuori un approccio diverso, perché la «lezione» del ballottaggio tra il moderato Nicola Calandrini e il progressista Damiano Coletta non può davvero essere contrabbandata per la conferma di uno stereotipo che ostinatamente confina il capoluogo pontino nell’angolo delle curiosità della storia. Insomma, non è Palazzo Emme l’insegna di questa comunità che oggi, come correttamente rileva lo stesso Ridet, è fatta non soltanto di eredi dei coloni veneti e friulani venuti a coltivare la terra all’indomani della bonifica idraulica, ma anche di profughi italiani arrivati dalla Libia e dalla Tunisia, di gente venuta via dal Mezzogiorno d’Italia, da immigrati nordafricani e più recentemente da migliaia di cittadini romeni. Palazzo M è tutt’al più l’icona meno riuscita di un modello architettonico di città, un modello peraltro unanimemente ritenuto pregevole. Se la curiosità del fotografo francese Julien Goldstein, che ha supportato con le immagini l’articolo di Ridet, ha un senso, «Volevo comprendere come si vive in una città creata a partire da un’ideologia, capire come questa architettura influisca ancora sui suoi abitanti», è il caso di rispondere con la consapevolezza che soltanto gli indigeni possono avere: non è male vivere oggi, ottant’anni dopo, in una città creata a partire da un’ideologia, nemmeno se l’ideologia in questione è quella del socialfascista Mussolini. E’ molto peggio vivere in una periferia costruita da palazzinari che non sanno cosa sia l’architettura razionalista, e che agiscono spalleggiati da una politica miope in nome di un’altra ideologia, quella del profitto e basta.
L’onestà intellettuale di Philippe Ridet non è in discussione, e chiude il suo pezzo citando il nostro Antonio Pennacchi da un’intervista di qualche anno fa sullo stesso tema: «La bonifica è una riconquista delle terre a favore dei più poveri. Il giudizio della storia sul fascismo non può essere totalmente negativo».
Ma la difesa d’ufficio di un intellettuale profondamente innamorato della sua Littoria non basta a fugare il grigio negativo spolverato su Latina, ottant’anni dopo la nascita, da un’occhiata veloce rimasta aggrappata alla forma di un edificio e ai simboli di qualche formazione nostalgica.
Purtroppo, il problema di questa città non è quello dell’eredità di Mussolini, ma quello di aver raggiunto troppo in fretta e senza gli strumenti necessari a disposizione il traguardo del livellamento sullo standard di cultura dominante. Come i ragazzini cresciuti troppo di corsa, che inconsapevoli si atteggiano da adulti col mozzicone tra le labbra, siamo capaci di essere pericolosi piuttosto che fascisti. Ma è una condizione che neppure noi riusciamo ancora a mettere bene a fuoco; pretendere che se ne accorgano anche in Francia, questo forse è troppo.

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