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Sabato 10 Dicembre 2016

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Un affare chiamato cocaina: tanti i ragazzi che si danno allo spaccio
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Artigiani, operai e insegnanti: tutti alla ricerca di cocaina

Cori

Dall’artigiano al bracciante agricolo, dallo studente al disoccupato, fino all’insegnante, giovani e meno giovani, single e con figli, tutti però alla ricerca della stessa cosa: cocaina.
Il processo in corso a Pasquale Bruno e ad altri quattro imputati, per cui ieri davanti al Tribunale di Latina sono sfilati una decina di testimoni, mostra un volto di Cori ben diverso da quello del paese tranquillo arroccato sui Lepini.
L’immagine del piccolo centro che viene fuori è quella di una realtà che, al pari della città, ha ampie sacche di disagio, di giovanissimi che per noia o per semplice sfida si avvicinano alla polvere bianca e poi non riescono più ad uscirne, di uomini che fanno difficoltà a racimolare uno stipendio ma che bruciano qualsiasi risparmio nel vizio.
Il lato oscuro del paese è venuto fuori quasi per caso. Pasquale Bruno, 28 anni, legato al clan di origine nomade Di Silvio, alla vigilia di Natale di due anni fa, gambizzò in vicolo Straccia un romeno, Sebastian Pascariu, con cui aveva avuto una discussione e quando venne arrestato i carabinieri gli trovarono a casa anche 20 grammi di cocaina purissima, che gli sono costati una seconda condanna oltre a quella per gli spari.
Prima di far scattare le manette ai polsi del 28enne, i militari dell’Arma intercettarono però una serie di conversazioni tra uomini di Cori, quasi tutti tra i 20 e i 40 anni, e lo stesso Bruno.
Convinti che si trattasse di appuntamenti per acquistare droga, i carabinieri convocarono in caserma i presunti clienti e, tranne rari casi, ricevettero subito conferma.
Testimonianze, in larga parte, ribadite ieri in aula, davanti al giudice Silvia Artuso.
Rispondendo alle domande del pm Alessio Sterzi e del difensore di Bruno, Oreste Palmieri, i testi hanno infatti detto di aver più volte contattato il 28enne per acquistare da lui cocaina, pagata 40-50 euro a dose, e prelevata nei pressi della casa dell’imputato, nella zona del Tempio d’Ercole, o al bar.
A Bruno si rivolgevano sia consumatori di Cori che della frazione di Giulianello, tanto giovani con forti problemi di tossicodipendenza che insospettabili, compreso un insegnante.
Ora alcuni sono in comunità e altri cercano di prendere le distanze da quegli episodi, rispondendo alle domande loro poste in aula con un filo di voce e la mascella contratta, desiderosi solo di uscire quanto prima dal tribunale.
Nello stesso processo sono inoltre imputati il fratello di Pasquale, Denny Bruno, la moglie Stefania Rubina Di Silvio, la madre Annamaria Matacchioni e il cognato Carmine Di Silvio, quest’ultimo accusato di aver estorto tremila euro a Pasquale Bruno. Le testimonianze proseguiranno nella prossima udienza, fissata per il 10 ottobre. E chi ha ammesso davanti ai carabinieri di aver comprato droga da Bruno e poi davanti al Tribunale ha negato? Il giudice Artuso ha già specificato che per alcuni invierà gli atti alla Procura.

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