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Venerdì 09 Dicembre 2016

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Allarme del Codacons: Comune di Latina a un passo dal dissesto
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Le immobiliari con sede legale nel palazzo

Parola al direttore

A sentirli parlare nelle sedute di Commissione Urbanistica o in Consiglio comunale, quando si sbracciavano per sostenere che tra le priorità di governo dell’amministrazione comunale c’era «il disegno di un nuovo sviluppo urbano per la crescita economica, sociale e culturale della città», diventava inevitabile domandarsi se facessero sul serio o meno, e nel dubbio si poteva perfino scambiarli per beneintenzionati. Scoprirli soci nemmeno troppo occulti di una società di costruzioni che si è destreggiata al meglio tra cambi di destinazione e indici di fabbricabilità sparsi con largo gesto delle braccia, spazza via ogni dubbio residuo: la loro vocazione politica, e così il loro amministrare la cosa pubblica, non erano rivolte all’interesse generale, ma a quello privato e personale.
Tanto per tenerci distanti dalle semplificazioni e dalle facili generalizzazioni, è bene sottolineare che si sta parlando di Michele Nasso, imprenditore del mattone prestato alla politica, e di Giuseppe Di Rubbo, commercialista prestato all’urbanistica. Ma sarebbe ingeneroso nei loro confronti isolarli come «perle» di una condotta inaccettabile, perché fatta di una intollerabile commistione di ruoli e funzioni, che forse, anzi probabilmente, ha travalicato i confini della legalità oltre che dell’etica. Nessuno ci convincerà mai che i due soci in affari, oltre che di partito, abbiano agito all’insaputa di tutti coloro con i quali hanno condiviso per anni l’impegno di amministratori. Anche l’ingenuità ha un limite. E se è vero che non spetta ai consiglieri comunali e agli assessori andare a ficcare il naso nelle carte della Camera di Commercio, è altrettanto vero che ai tecnici dell’amministrazione non può essere sfuggito, perlomeno così a lungo, cosa potesse celarsi dietro l’attenzione mostrata da questo o quello per un determinato piano piuttosto che un altro, per una zona da pianificare anziché un’altra. Qualcuno è mai andato a bussare alla porta del sindaco per manifestare preoccupazioni o perplessità? Qualcuno ha messo nero su bianco che una determinata operazione non poteva essere fatta? Negli ultimi anni abbiamo registrato un solo esempio del genere, purtroppo tardivo, quando un dirigente si è rifiutato di concedere il visto di regolarità contabile su un pacco di determine che affidavano lavori di manutenzione del verde. Poi più niente. Non c’è che una chiave di lettura: la politica che ha governato il Comune capoluogo aveva messo le mani sulla dirigenza, quasi tutta, ed oltre agli indirizzi ha dettato anche l’agenda quotidiana degli uffici. Questo si legge da quanto è accaduto con la variante di Borgo Piave, con lo spacchettamento degli appaltini per la gestione del verde pubblico, con i lavori affidati per la risistemazione dello stadio Francioni e chissà cos’altro ancora.
Potrebbe sembrare una insidiosa sovrapposizione di ruoli, ma ha tutta l’aria di una modalità di gestione che nel corso degli anni è andata via via assumendo i connotati di un’associazione di fatto. In questo quadro così desolante, anche quegli amministratori rimasti fuori dagli incidenti giudiziari che hanno sbrecciato il Comune di Latina, o che ne sono usciti quasi indenni perché «non potevano sapere», dovrebbero aver il buon gusto di tenersi alla larga dal palazzo e dalle insopprimibili aspirazioni ad un ruolo di governo. La distrazione o l’ingenuità, in politica, sono una colpa al pari dell’indifferenza e della tolleranza.
Questa città non ha bisogno di loro né della loro ostinazione. E invece li troviamo tutti lì, uno dopo l’altro, in lista, non importa quale. Pronti a tornare.

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