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Martedì 06 Dicembre 2016

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Caos stabilimenti: le strutture sono da smontare
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La grande sconfitta del Lido

Latina

Le previsioni del tempo che danno per certa una giornata di pioggia per il 1° maggio potrebbero aiutarci a sopportare con meno disagio l’impatto con una marina in disarmo anziché fibrillante di lavori in corso, come è consuetudine ad ogni vigilia di stagione estiva.
La Caporetto degli stabilimenti lungo il tratto Capoportiere-Foce Verde ha già colpito l’immaginario collettivo dei frequentatori della marina di Latina, che dopo anni di assuefazione alla comodità di avere una sdraio e un ombrellone pronti all’uso insieme ad un’offerta di servizi aggiuntivi fatta di caffè e spuntino, di assistenza in acqua ed altre comodità da spiaggia, vive con una certa apprensione l’idea di doversi riadattare ai ritmi spartani della spiaggia libera, tanto bella quanto scomoda, soprattutto per i più giovani, che non sono mai i più elastici né i più resistenti alla fatica. Fatti salvi i residenti abituali del Lido, i meno esposti ai disagi di una spiaggia senza servizi, gli altri potrebbero migrare in massa verso altri lidi, spostandosi più a sud, sul lato di Rio Martino dove quest’anno torneranno ad essere funzionanti otto chioschi, oppure spingersi verso Sabaudia.
E’ il timore degli operatori della marina di Latina, dai ristoratori ai gestori dei bar, dai titolari dei campeggi ai proprietari di aree utilizzate d’estate come parcheggio, dalle agenzie immobiliari che affittano appartamenti sul lungomare ai commercianti che trattano ogni genere di consumo adatto alla frequentazione del mare. Tutti indistintamente sanno di dover fare i conti con la prospettiva di un calo vertiginoso delle presenze e del volume di affari. Ma dovrebbero anche piegarsi, per una volta, a fare il bilancio delle proprie responsabilità, quelle di un’intera classe imprenditoriale che per anni, spalleggiata da una classe politica altrettanto miope, ha navigato a vista senza darsi degli obiettivi e soprattutto senza imporsi delle regole di comportamento capaci di costruire una prospettiva per la marina e di custodire gelosamente i traguardi faticosamente raggiunti un anno dopo l’altro. La disastrosa vicenda degli stabilimenti, chiusi per via di una ostinata volontà di imporre le proprie regole anzichè rispettare quelle scritte nei contratti concessori, è oggi la stanca replica di quello che avevamo visto accadere circa dieci anni fa con i campeggi, sottoposti anche loro all’inclemenza della legge dopo decenni di indisturbato abusivismo. Un film peraltro già visto a Rio Martino, con le darsene abusive spazzate via da un’ordinanza di sequestro e demolizione che ancora oggi penalizza i diportisti di Latina rimasti senza un approdo. Chi avrebbe dovuto attrezzarsi per tempo per superare lo stato di precarietà che prima o poi sarebbe arrivato alla resa dei conti? Oggi una città intera paga la colpa di non avere avuto negli ultimi trent’anni una classe politica capace di indovinare uno straccio di percorso sul quale innestare il futuro di questo nostro pezzo di territorio. E in un contesto sociale dove non c’è una guida autorevole in grado di imporre tabelle di marcia in direzione dello sviluppo, non ci si può aspettare che l’indirizzo giusto arrivi dal basso. Soprattutto quando dal basso il consenso verso quel tipo di classe politica dirigente è pressoché plebiscitario, come è accaduto qui da noi. Il rischio che si corre, tra un sequestro e l’altro, tra un abuso e una trasgressione, è quello di dover continuare a leccarci le ferite autoinferte.

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