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Sabato 10 Dicembre 2016

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Vertice in prefettura per i diritti dei braccianti indiani

Latina

E' in corso in Prefettura la riunione tra confederazioni agricole e sindacati di categoria sul fenomeno dello sfruttamento dei braccianti indiani. Il vertice e' stato sollecitato da Coldiretti che chiede controlli severi sulle aziende che non rispettano i diritti dei lavoratori. I braccianti in tutta la provincia sono 24mila di cui circa 8000 indiani. Il problema riguarda l'area tra San Felice Sabaudia e Terracina.

IL CASO - Nel distretto verde dove convivono le Ferrari degli imprenditori e le biciclette senza catarifrangenti degli indiani è giunta l’ora dei veleni, dei dossier, dei volantini anonimi e delle minacce. E’ buio pesto a Sabaudistan e dintorni, è l’alba di una battaglia senza esclusione di colpi per confermare o smentire che da queste parti i braccianti sono schiavi perché vengono sfruttati dai caporali e forse anche dai connazionali. La sequenza temporale è importante per capire cosa sta succedendo in queste ore in uno dei più importanti distretti agricoli d’Europa: il 18 aprile si tiene sotto la Prefettura di Latina il primo sciopero generale dei braccianti indiani, organizzato dalla Flai Cgil, l’organizzazione di categoria dei lavoratori del comparto alimentare; il giorno seguente Danilo Clavani, leader dei Forconi, associazione agricola che lotta con ferocia contro tasse e Agenzia Entrate, dice che la protesta è una messa in scena, che il fenomeno del caporalato non esiste o quasi e che la Cgil va solo cercando nuovi tesserati in un bacino di lavoratori che supera le seimila unità; il 27 aprile la più importante organizzazione di aziende agricola, la Coldiretti, dice che non si può generalizzare e che lo sfruttamento appartiene a poche realtà, che vanno identificate e punite; il 29 aprile a Sabaudia e Pontinia (le città con più alta densità di braccianti indiani insieme a Terracina) compare un volantino anonimo che attacca direttamente sia la Cgil che Marco Omizzolo. La prima viene accusata di voler tesserare 3000 indiani a 80 euro a tessera per un «gruzzolo che vale 250mila euro... estorti a povera gente... numeri che serviranno al segretario provinciale per fare carriera»; ma la batosta per Omizzolo è un’altra, lui è il sociologo che per primo ha denunciato lo stato di schiavitù dei braccianti e finisce nel tritacarne perché vuole «farsi pubblicità», in quanto viene intervistato in tutti i servizi giornalistici sull’agro pontino, compreso quello che cinque giorni fa ha portato all’aggressione della troupe di «Piazza Pulita». Nelle ore immediatamente successive alla manifestazione del 18 aprile Omizzolo ha ricevuto telefonate minatorie perché è «un bastardo amico degli indiani». Adesso il caso dello sfruttamento dei braccianti agricoli in provincia di Latina è già finito in Parlamento però la tensione in quelle campagne si taglia a fette. Le cooperative e le aziende che non rispettano il contratto e si servono di caporali indiani per intimidire i dipendenti sono sul piede di guerra e hanno acuito il clima di paura. Le imprese che hanno dipendenti in regola chiedono controlli severi per evitare generalizzazioni che possono nuocere oltremodo ad un settore già in grave difficoltà per la concorrenza di prodotti esteri. La Cgil, a sua volta, sta raccogliendo ulteriori dati a supporto della condizione di schiavitù di larga parte dei braccianti, specialmente indiani. Ma, nel frattempo, parte anche il calcolo delle tessere di Flai Cgil. Forse no, non poteva finire nel modo peggiore la denuncia delle drammatiche condizioni di lavoro che si registrano in un segmento determinante dell’economia pontina, dove persistono anche altre criticità che riemergono proprio in questi giorni, ossia il controllo dei prezzi alla base da parte della grande distribuzione e il monopolio del trasporto su gomma da parte di ditte legate alla criminalità organizzata.

LE IMPRESE PULITE SI RIBELLANO  - «Siamo un motore di crescita, altro che sfruttatori». Un gruppo nutrito di singoli agricoltori più quelli aderenti alla Cia e a Confagricoltura ha firmato un documento durissimo che condanna la generalizzazione fatta in queste ultime settimane delle aziende pontine che operano in agricoltura, «descritte indistintamente come fonti di sfruttamento del lavoro dei braccianti». «Le nostre aziende - scrivono - hanno rappresentato e rappresentano luoghi di lavoro in cui quotidianamente trovano occupazione e prospettive di vita nuovi e vecchi cittadini italiani, così come i lavoratori stagionali. E allo stesso tempo è giusto sottolineare come la crisi del comparto ortofrutticolo si faccia sentire sempre con maggiore forza. Non ci stiamo a rimanere schiacciati tra mercato ed etica del lavoro, quando troppe volte i nostri prodotti hanno concorrenti provenienti da altri Paesi. Sullo scaffale dei supermercati ci sono prodotti che di etico hanno ben poco. Se la grande distribuzione dimezza il prezzo di acquisto dei nostri prodotti e lo fa in nome del mercato, allora noi proponiamo di aprire la trattativa sul prossimo contratto sul mercato del lavoro alla metà delle tariffe. Non accettiamo di venire etichettati per quello che non siamo. Gli errori e l’abominio di pochi non può essere utilizzato in modo strumentale per legittimare una campagna stampa falsa e sediziosa. Allo stesso tempo, però, ribadiamo con forza la necessità di risposte. La crisi e la contrazione del reddito richiedono un’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni, non possiamo essere gli unici a pagare di fronte a logiche dettate dalla grande distribuzione che dimezzano i prezzi e inondano il mercato di prodotti».

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