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Venerdì 09 Dicembre 2016

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Ricatti sessuali alle braccianti indiane, la nuova schiavitù
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Manodopera e mercato: dove va l’agricoltura

Latina

Il problema del settore non sono i braccianti ma l’assenza di regole e leggi capaci di garantire il valore dei prodotti

«Si fa presto a parlare e trarre conclusioni, ma quello che succede nei campi di questa provincia non è esattamente quello che leggiamo ultimamente sui giornali. La realtà è che mentre cerchiamo a fatica di raggiungere l’obiettivo di una qualità sempre migliore per i nostri prodotti e inseguiamo certificazioni che attestino il livello di professionalità delle aziende pontine, compreso il codice etico sul trattamento dei lavoratori, ci vediamo piovere addosso una serie di notizie calunniose che espongono l’intera nostra categoria a giudizi che non possiamo accettare».
Argeo Perfili è un imprenditore agricolo di Pontina ed è presidente della Confederazione Italiana Agricoltori di Latina. La sua specialità è l’ortofrutta e impiega manodopera straniera soltanto per la raccolta; la potatura è affidata a cooperative specializzate e il resto, dai trattamenti alla cura del terreno, lo fa da solo con l’aiuto dei familiari.
«L’organizzazione del nostro lavoro è subordinata al fattore reddito - spiega - Noi agricoltori non ne abbiamo, e paradossalmente per resistere alle logiche del mercato siamo costretti ad innalzare sempre di più l’asticella della qualità del nostro lavoro. Noi forniamo prodotti di eccellenza, il che significa avere una cura particolare dei terreni su cui lavoriamo, e spese aggiuntive».
Cosa significa avere cura del terreno e dei prodotti lo spiega Lorenzo Sala, Presidente della Cooperativa Mediana di Terracina. «Pochi sanno cos’è la sterilizzazione a vapore del terreno, ma è quello che facciamo, evitando l’utilizzo di pesticidi e prodotti chimici, sostenendo alti costi e soprattutto tenendo fermi i nostri fondi anche per 50 giorni, il tempo necessario per pastorizzare la terra sfruttando il calore sprigionato dal vapore acqueo». Se gli parli di lavoratori indiani, Lorenzo Sala abbozza un sorriso e spiega che sono i migliori, che sono quelli che lui chiama per la raccolta e che paga regolarmente con tariffa sindacale, circa 9 euro lordi all’ora. Però è costretto ad assumerne il minor numero possibile, per contenere i costi d’azienda.
Dello stesso avviso è anche Enrico Di Girolamo, Presidente della Cooperativa Orti del Sole, di Terracina. «Se il mio problema deve essere quello della salvaguardia dell’azienda e dunque sono costretto a tenere una contabilità rigorosa di tutto quello che faccio, converrete con me che quando debbo scegliere di assumere 10 braccianti invece di 15, non posso pensare agli effetti negativi sull’occupazione della manodopera. Non voglio essere pessimista, ma se non si trova il modo di ovviare a questo stato di cose, presto la storia dell’ortofrutta pontina sarà finita, soppiantata dalla concorrenza estera dove la manodopera non costa come da noi, e da prodotti di pessima qualità che domani costeranno anche il doppio dei nostri».
Secondo Enzo Matacchione, imprenditore di Sperlonga, il problema del bracciantato agricolo non può essere affrontato senza tener conto della condizione in cui versano le aziende agricole. «Se non si difendono i redditi dei produttori, come possiamo pensare di tutelare i braccianti? Io mi avvalgo dell’opera di 7 stagionali e per il resto mi organizzo con i miei familiari. Ai braccianti paghiamo la tariffa sindacale e riusciamo a tenerli da noi per circa 150 giornate l’anno, poi vanno in disoccupazione. Non so se si prestano a lavorare abusivamente presso altre aziende durante la disoccupazione, non sta a me fare questo tipo di accertamenti. So soltanto che da me abusivi non ne prendo».

L'articolo completo in edicola con Latina oggi (19 maggio 2016)

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