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Sabato 10 Dicembre 2016

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Si costituiscono parte civile per Gilberta Il tribunale di Cassino le rifiuta

Tribunale di Cassino

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I pizzini per le auto della camorra

Formia

I pentiti “raccontano” gli interessi mafiosi nel Basso Lazio e i rapporti tra Bidognetti e Schiavone con i pied-à-terre locali

Gli affari con la camorra si discutevano nei bar del Cassinate. Magari davanti ad un the, dopo pranzo. E si concludevano solo con l’assenso dei capi del clan di Casale: altrimenti si correva il rischio di dover “riparare”, poi, con la forza alle iniziative non concordate. Così si aprivano cantieri, si acquistava droga, si prendevano capannoni con l’intento smistare persino medicinali solo se Schiavone diceva sì. E solo con l’intermediazione di figure di spicco, come li definiscono i pentiti, referenti del Basso Lazio: di Cassino, ma anche di Formia e dell’Agro Pontino. «Soprattutto Gennaro De Angelis e Baldassarre Licari» hanno specificato i due collaboratori di giustizia che ieri hanno deciso di rispondere alle domande della Corte di Cassino sul processo “Giada”. Lo stesso che ha portato la Guardia di Finanza - sotto il coordinamento della Dda di Napoli - a far scattare le manette ai polsi di 4 persone - tra cui proprio Licari e Schiavone - per associazione di stampo mafioso (aggravante decaduta in sede di Riesame) e ad iscrivere nel registro degli indagati 18 persone accusate di intestazioni fittizie di beni o reimpiego di capitali di dubbia provenienza. Con l’esecuzione di sequestri preventivi per 10 milioni di euro. In aula, affiancato dai suoi legali Emanuele Carbone e Camillo Irace, uno dei due imputati, Luigi Zonfrilli. Che insieme a Gennaro De Angelis (entrambi ai domiciliari) dovranno rispondere di interposizione fittizia di beni.

L'articolo completo in edicola con Latina Oggi (15 giugno 2016)

 

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