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Giovedì 08 Dicembre 2016

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Allarme del Codacons: Comune di Latina a un passo dal dissesto
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L'editoriale: "Le parole e le cose"

Latina

La lettera del direttore Alessandro Panigutti al sindaco Damiano Coletta

Egregio sindaco Coletta, sono un cittadino qualsiasi di Latina, uno dei tanti che l’ha seguita negli ultimi mesi nelle piazze, nei teatri, sui giornali e negli altri luoghi dove insieme al Suo gruppo Lei ha liberamente manifestato il Suo pensiero e offerto la Sua candidatura per diventare quello che è diventato, il primo cittadino della nostra città. Ho commentato positivamente, in casa, con gli amici e pubblicamente il successo elettorale di Latina bene comune, convinto che il vento di cambiamento portato da quel movimento civico sarebbe stato salutare per l’intera città, che obiettivamente ne aveva un gran bisogno. Ora, nemmeno un mese dopo il Suo ingresso nel palazzo comunale, un tempo troppo breve perché si possa chiedere ad un’amministrazione appena insediata di offrire prove della sua capacità gestionale, assisto ad una serie di iniziative che portano il Suo imprimatur e che paiono nella forma molto distanti dalla tanto sbandierata «poetica» di Latina bene comune. L’ultima di queste iniziative, l’assunzione della figlia di un assessore scelto da Lei, mi ha disorientato, e non ho mancato di manifestare la mia sorpresa e il mio disappunto sulle colonne di questo giornale.
Ma quello che mi ha disorientato ulteriormente, è stato leggere ieri alcune Sue dichiarazioni in proposito affidate ad una penna amica.
«Le critiche, che rispetto - ha detto - mi sembrano figlie di vecchie logiche e di un vecchio modo di pensare».
Mi perdoni, sindaco, ma se c’è qualcosa di vecchio, nelle logiche e nel modo di pensare, è la disinvoltura con cui Lei pretende di giustificare un passo falso che non avrebbe perdonato ad un qualsiasi altro sindaco che si fosse trovato al Suo posto.
Dire «Per me non cambia nulla se sono madre e figlia», significa ammettere che Lei considera l’amministrazione una Sua faccenda privata piuttosto che bene comune della collettività.
L’ho invece sentita dire, il 22 febbraio 2016, «Basta con chi per anni ha gestito la cosa pubblica come fosse una sua proprietà. Noi siamo alternativi».
E pochi giorni dopo, il 28 febbraio 2016, in un’intervista rilasciata proprio a questo giornale, Lei ha detto: «Il nostro antidoto alle ubriacature è la convinzione che l’amministrazione non sia roba d’altri e nemmeno nostra, ma un patrimonio di tutti i cittadini». E con la stessa convinzione il 27 giugno, quando era già sindaco, Lei ha detto «Il libro che stiamo scrivendo parla di una città in cui non esistono più i favori, ma i diritti».
Comprenderà, egregio Sindaco, perché io, e forse con me anche qualche altro cittadino delle migliaia che Le hanno conferito il mandato di rappresentarli, mi senta disorientato.
Non mi resta che affidarmi ad un’altra delle Sue dichiarazioni, pubblicamente resa il 23 aprile 2016: «Chi sbaglia deve essere onesto, quantomeno con se stesso..., e avere rispetto della città e dei cittadini». Ho volutamente omesso un passaggio, che per il momento mi sembra sproporzionato all’entità delle cose di cui trattiamo. Vada a ripescare quella dichiarazione, se crede, e ci rifletta su, anche perché quella frase era diretta ai suoi competitori nella campagna elettorale.
Mi sembra prematuro definirmi disilluso, perché non lo sono, ma se posso permettermi, non si ostini a chiedere di essere giudicato dai fatti, perché quelli di cui parliamo sono fatti, anche importanti. Come importante ritengo sia la frase che ho letto ieri e che Le viene attribuita sempre a proposito della spiacevole sovrapposizione parentale a palazzo: «Se avessi dovuto scegliere per evitare le critiche non sarei stato libero».
Se avesse voluto essere libero nel modo in cui intende Lei, sarebbe stato il caso di rinunciare ad indossare la fascia tricolore che La rende il sindaco della nostra città. La Sua, la mia e di tutti. Cordialmente distante, La saluto.

Alessandro Panigutti

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