Più o meno nelle stesse ore in cui l’avvocato Cipriano Chianese veniva condannato a venti anni per disastro ambientale il Comune di Formia doveva ammettere di aver ormai perso la sua battaglia per prendersi uno dei beni di Chianese, piazzato nel cuore della città, emblema di potere e di degrado. E’ andata così, vincere e perdere la stessa battaglia nella stessa settimana, sarebbe cinico e assurdo se non fosse vero.
Il pomeriggio del 15 luglio il Tribunale di Napoli ha stabilito che Chianese è stato responsabile del gravissimo inquinamento causato negli invasi della società Resit a Giugliano in Campania e che lì adesso migliaia di persone dovranno fare i conti sanitari ed economici con un disastro tra i più gravi d’Europa; mentre 70 chilometri più a nord, a Formia, faceva il giro della rete una lettera dolente del sindaco sul frutto finanziario di quel disastro, ossia il complesso alberghiero Marina di Castellone. I pentiti dal 1993 dicono che Cipriano Chianese per conto del clan dei casalesi ha messo in piedi, anzi ha inventato il business dei rifiuti tossici. Infilava i fusti sotto le cave di Giugliano e col ricavato metteva su un impero per gli amici casalesi ma anche per se stesso. Quando è cominciato l’accumulo dei capitali formidabili realizzati con i rifiuti è partita anche la fantastica galoppata dell’avvocato lungo la costa del sud pontino. E così appena il Tribunale ha disposto la confisca del patrimonio (per circa 80 milioni di euro) è emerso il peso effettivo di quello che sarebbe poi diventato il più famoso tra i colletti bianchi della camorra.

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