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Venerdì 09 Dicembre 2016

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Le mani del clan sul basso Lazio

Da Latina al sud pontino

Formia, Ceprano, Cassino, Latina, Fondi. Ma anche Sperlonga e Gaeta. Nell’udienza di giovedì del processo “Giada”, ripreso dopo la pausa estiva, sono stati ancora una volta i pentiti a raccontare gli interessi dei clan nelle province di Frosinone e Latina. La longa manus della camorra arrivava «nelle zone “fertili”, dove sapeva di poter attecchire. O laddove c’era un riferimento storico» ha dichiarato, dietro il paravento, il collaboratore Giuliano Pirozzi, ex del clan Mallardo. «Io ero il supervisore del clan, quello che in sostanza si occupava delle “strategie di mercato”: sapevamo dove già c’erano gli interessi dei Casalesi e quindi cercavamo di scegliere nel Basso Lazio altre zone “buone”». Il pentito ha riferito di come la camorra non colpisse a caso: ristoranti, alberghi, mercato del pesce a Formia e, soprattutto, concessionarie. Croce e delizia dei maggiori capiclan. «Il clan Mallardo sapeva che nel Basso Lazio si sarebbe dovuto “accontentare” di una piccola fetta, visto che dagli anni ‘70 i Casalesi erano ormai già radicati. Erano limitati da “don” Gennaro De Angelis, che era il loro referente. A lui occorreva rivolgersi per qualsiasi affare: transazioni per questioni terriere, acquisti di autoveicoli, persino per il mercato del pesce di Formia» ha continuato Pirozzi incalzato dal pm Rubolino. A lui, ha poi riferito in aula un altro collaboratore di giustizia, ci si poteva rivolgere anche per “sistemare” problemi personali: vittime di truffa avrebbero fatto capo a “don” Gennaro (imputato insieme a Zonfrilli di Pontecorvo, assistito da Irace e Carbone) per riavere il maltolto. Eppure il suo legale, l’avvocato Arturo Buongiovanni, ha toccato un punto nevralgico delle ricostruzioni portate in aula: nessuno dei pentiti ha avuto diretti contatti con lui, apprendendo da altri affiliati, alcuni persino in carcere, del suo ruolo ritenuto egemone, non riuscendo di fatto però a fornire nomi di società in cui sarebbe confluito il denaro da ripulire o di attività coinvolte. Per l’ex capoclan Salvatore Venosa, De Angelis sarebbe stato un imprenditore edile che prendeva lavori tra il Cassinate e il Sud Pontino per dare una parte dei soldi ai Casalesi i quali, come contropartita, avrebbero usato la loro influenza per pilotare le gare e fargli prendere altri lavori. Forte l’appunto, ancora una volta dell’avvocato Buongiovanni: «De Angelis non era un imprenditore edile!». Alcuni pentiti lo hanno invece descritto come un affiliato, alcuni come un riciclatore. «Era un forte riciclatore del clan dei Casalesi e nell’ultimo periodo degli Schiavone - ha aggiunto Pirozzi - Ho saputo che cercavano dei terreni tra Ceprano e Anagni per aprire una grossa concessionaria prendendo contatti con la casa madre in Germania, attraverso Gennaro De Angelis con i soldi degli Schiavone, quindi dei Casalesi. Erano per gli affiliati attività a circuito “chiuso”: concessionarie, alberghi, speculazioni immobiliari. Tutti settori primari per i clan».

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