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Venerdì 02 Dicembre 2016

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Ingombranti ma sostenibili: la doppia faccia delle cozze
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Ingombranti ma sostenibili: la doppia faccia delle cozze

Terracina

Ue e Fao considerano la mitilicoltura una risorsa alternativa e meno impattante della pesca. Il mercato è in crescita in tutta Europa e altrove a protestare sono i mitilicoltori che fanno PIL.

Nel paese amico di Duino-Aurisina la mitilicoltura è una realtà e la Regione Friuli-Venezia Giulia stanzia soldi per far crescere il settore usando i fondi europei. A Taranto e a Olbia a protestare non sono i cittadini ma i mitilicoltori, che ad ogni stop dovuto ai numerosissimi fattori di coltivabilità, si trovano senza lavoro. E nell’area Flegrea, in Campania, una delle più grandi d’Italia per la molluschicoltura, lo scorso anno alcuni problemi legati alla salubrità dell’acqua hanno creato tensioni.

Conviene guardarsi intorno per capire cosa vuol dire un impianto di cozze in mare aperto, a ridosso di un’area Sic. Conviene capire, prima di ogni cosa, che si tratta di un’attività ittica a tutti gli effetti. Di più: è al primo posto tra le produzioni dell’agro-alimentare a livello mondiale. Le principali coltivazioni si trovano nel triestino, lungo l’adriatico, nelle zone lagunari e in Campania ma ormai anche grazie alle nuove tecnologie si cercano anche spazi in mare aperto. Le concessioni, rilasciate da Regione in base al Codice di navigazione, vengono sono all'ordine del giorno. Uno studio dell'Università Federico II di Napoli riporta alcuni consigli su come organizzarlo. Sono sconsigliati gli allevamenti in aree in cui si creano frequentemente mucillagini; il fondale deve potersi rimescolare spesso dai residui organici dei mitili e la classificazione igienico-sanitaria deve essere preferibilmente di tipo A. Quanto all’acqua, la presenza di Escherichia Coli (i batteri di feci animali) deve essere non oltre 2/100 ml, con qualche flessibilità, ma non troppa.

Accanto alle questioni ambientali, ci sono poi quelle economiche. Sempre secondo lo studio dell’Università Federico II di Napoli, la Comunità europea proprio in vista dello sfruttamento sostenibile delle risorse, punta sulla mitilicoltura vista l’economia stagnante della pesca. E perfino la Fao guarda al futuro di questa attività con favore rispetto alla pesca intensiva, che ha pesanti impatti sull’ambiente marino (si pensi alla pesca a strascico ma anche alla pesca intensiva e illegale), meno oggetto di proteste perché non percepiti dalla popolazione.

Detto questo, c’è sicuramente da chiedersi se in un’area così delicata e turisticamente appetibile come quella tra il Circeo e Terracina sia opportuno avventurarsi con un impianto di mitilicoltura che richiede controlli e monitoraggi continui, spazi per lo stoccaggio e il trasporto, manutenzione delle strutture in mare che rischiano di disperdersi, sistemi di depurazione. Un fatto è certo: per essere interlocutori della Regione non basta la protesta popolare. Occorre portare argomentazioni solide, serie, scientifiche e soprattutto un piano che preveda per il nostro mare uno sviluppo turistico alternativo. Senza demonizzare nessuno. La mitilicoltura è un’attività antichissima. Dante Alighieri, nel XXIII canto dell’Inferno già usava il termine “cozza” (da chiocciola, il guscio) per far dare suono a due cose che si scontrano. «... come due becchi/cozzaro insieme, tanta ira li vinse». Proprio come facciamo noi oggi.

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