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Sabato 03 Dicembre 2016

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Ingombranti ma sostenibili: la doppia faccia delle cozze
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Allevamenti di cozze, ecco come fa la Liguria

Terracina

Una legge regionale ha recepito le norme Ue e i codici Fao e stilato le linee guida: equilibrio tra sviluppo e tutela dell’ambiente

«Le istituzioni devono garantire che lo sviluppo economico vada di pari passo con il rispetto dell’ambiente e la qualità dei prodotti». Lo hanno detto nei giorni scorsi gli assessori regionali Buschini e Hausmann. Ma lo dice prima ancora la Comunità europea, in una direttiva recepita dalla Regione Liguria, che per l’acquacoltura si è dotata di un regolamento con una legge regionale del 2006.

Una Regione gemella, per così dire, poiché dotata di aree Sic, aree marine protette, coralligeni ma anche di tre impianti di mitilicoltura, uno dei quali di 400 mila quadrati a La Spezia. Il percorso che deve intraprendere anche la Regione Lazio, dunque, esiste ed è consultabile sul sito dell’assessorato all’Ambiente della Liguria www.ambienteinliguria.it.

Risale addirittura al 2006, recepisce la normativa europea (Regolamento 2792/1999 e la Comunicazione dell commissione al Consiglio e Parlamento europeo “Una strategia per lo sviluppo sostenibile dell’acquacoltura europea”), il codice di condotta Fao (1995), e le indicazioni dell’Ue, che dicono espressamente che l’acquacoltura (che comprende anche la mitilicoltura) è «una delle attività compatibili con lo sviluppo sostenibile in quanto può essere considerata occasione di integrazione o di conversione della pesca, con effetti positivi sulla diminuzione dello sforzo di pesca stesso».

La risposta della Liguria alle richieste di concessione è stata diversa. La Regione del Nord Ovest prende atto che «le forti potenzialità di sviluppo di questo segmento produttivo risultano frenate da procedure di ordine burocratico piuttosto complesse». E ci mette una pezza. Anzi, una legge, che prevede massima attenzione alle localizzazioni degli impianti, e che valuti i «fattori ambientali, economici e antropici», la «presenza di habitat di pregio (Sic marini), praterie di fanerogame marine», i «parchi marini e aree marine protette», la «presenza di foci o condotte o linee sommerse, correnti e tipologia dei fondali» e le «rotte di avvicinamento, nonché le interazioni con le realtà di pesca locali». Tutto questo, in Liguria, viene valutato prima di rilasciare la concessione.

Lo screening prevede infatti «che i progetti siano corredati da studi sempre più completi ed approfonditi sia per quanto riguarda la descrizione della zona richiesta in concessione demaniale, sia per quanto riguarda gli impatti ambientali». Per Sic, aree marine protette, coralligeni, in Liguria si usa il criterio del «buon posizionamento», che vuol dire «non solo evitare le zone ma considerare una distanza di rispetto». Mille metri dalla costa è considerato un buon posizionamento. Ma prima di rilasciare una concessione, si deve valutare «l’accurato studio delle correnti, la presenza di foci, a causa della portata d’acqua dolce, nonché del possibile apporto di sostanze inquinanti». È tutto già scritto. La Regione Lazio, se vuole fare presto, può attivare i suoi enormi uffici tecnici. Non sarà certo il Lazio il primo ad aver dovuto affrontare il problema dell'equilibrio tra attività produttive e tutela ambientale. Anzi. Dunque, non resta che mettersi al lavoro.

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