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Venerdì 09 Dicembre 2016

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Pronto soccorso in agonia. Al Fiorini operatori allo stremo

L'ospedale "Alfredo Fiorini" di Terracina

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Pronto soccorso in agonia. Al Fiorini operatori allo stremo

Pazienti in fila per sette ore, ambulanze bloccate e tensione alle stelle. Gli accessi superano anche Roma

Giornata di fuoco lunedì 17 agosto al pronto soccorso dell’ospedale “Fiorini” di Terracina. Un giorno come tanti, d'estate. Emblematico. Intorno alle 16.30, tra i pazienti in visita e quelli in attesa si è arrivati a 60 persone. Non è un'esagerazione definirlo un primato.

A guardare le tabelle degli accessi dell’intera Regione Lazio, la proporzione è impietosa. Al San Camillo-Forlanini di Roma, alla stessa ora, gli accessi erano 85, solo 25 in più, a Latina 74 e, dato significativo, alla stessa ora, nel vicino San Giovanni di Dio di Fondi (2 infermieri diurni e un terzo la notte per i Poct), appena 17.

La situazione non è migliorata col passare delle ore. Alle 18.50 le persone in attesa erano 32, alle 19.45 si stavano chiamando pazienti registrati la mattina alle 11.45. Un lunedì di fuoco perché tra le lamentele dei pazienti e i salti mortali degli operatori, non di rado si infilano tensioni. A un certo punto i medici si sono visti costretti, durante il trasferimento di un paziente in rianimazione a Formia, a chiamare i carabinieri per la continua interruzione di lavoro, anche con aggressioni verbali.

E d’altra parte, in questi giorni l’attesa dei pazienti può toccare addirittura le 5 o 6 ore, un tempo insostenibile. Una vergogna. Estremo, ma non isolato, il caso di un paziente preso in carico nel pomeriggio del 16 agosto e ricoverato solo il giorno 17 alle 15. Quasi 24 ore appoggiato al pronto soccorso, affidato alle cure dei famigliari.

Le lunghe attese, affiancate alla cronica mancanza di barelle, ha come al solito tenuto in ostaggio le ambulanze, impossibilitate a ripartire proprio perché con l’attrezzatura andata in “prestito”. E le barelle (rotte, sfiancate, pesanti) sono solo uno dei problemi. C’è un lavandino che è stato riparato tre volte, l’ascensore ancora rotto, le carrozzine sgarrupate, i distributori d’acqua che - è accaduto giorni fa - sono stati sostituiti dalle bottigliette della Protezione civile. E la sala d’aspetto, sempre affollata, senza aria condizionata.

Si rischia, insomma, di sentirsi ancora più male al pronto soccorso. Gli operatori fanno il possibile, basta osservarli al lavoro. Quello che ci si chiede, invece, è cosa facciano gli altri protagonisti di questa sanità malmessa. Perché non basta che il Dg Caporossi e il direttore sanitario Cordoni incontrano e rassicurano il comitato a difesa dell’ospedale. Quello che dovrebbero fare è sbarcare in quest’isola del soccorso lasciata a se stessa e toccare con mano il disagio. Spiegare perché il pronto soccorso di Fondi è sottoutilizzato in questo periodo nonostante abbia infermieri e medici. E perché le promesse fatte e rifatte tardano a trovare riscontro.

Ma c’è anche un altro protagonista che, di solito, in casi come questi, deve far sentire la propria voce. L’organizzazione sindacale. La coperta è talmente corta che si lavora senza guardare l’orologio, spesso passando da Terracina a Sabaudia (dove pare manchino del tutto gli infermieri) senza colpo ferire. Senza guardare ai pazienti. Se un anziano è costretto ad attendere 5 o 6 ore in un pronto soccorso, c’è qualcosa che non va. Ed è talmente eclatante che la Regione, i dirigenti, i vertici della sanità non possono restare a guardare.

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