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Martedì 06 Dicembre 2016

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Atti osceni, evita la condanna grazie... al nome del parco

Un'aula di tribunale

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Processo per la televisione, nuova vittoria per Sciscione

Terracina

Ci sono voluti 18 anni di processo, 11 giudici chiamati a pronunciarsi su fatti accaduti più di 20 anni fa, precisamente nel lontano 1994. Ieri sera i giudici della seconda sezione penale della suprema corte di Cassazione di Roma si sono pronunciati definitivamente su un caso che vedeva implicati i tre fratelli Giafranco, Angelo e Romano Sciscione, il primo dei quali politico di spicco a Terracina nel suo ruolo di vicesindaco prima e ora presidente del Consiglio comunale. I giudici della suprema corte si sono espressi sul ricorso presentato da due parti civili nell’ambito di un procedimento giudiziario avviato nel 1998 con una denuncia per un presunto caso di truffa, falso e bancarotta fraudolenta. A distanza di tanti anni la Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, come richiesto dalla stessa procura generale che non ravvisava i presupposti per l’ammissione. La vicenda si trascina da tempo e ha visto la famiglia Sciscione sempre convinta della bontà delle proprie azioni, a tal punto da volersi difendere dalle accuse in tribunale anche quando i termini per l’azione andavano verso la prescrizione.
La vicenda iniziò nel 1994 quando la società “Quarta rete”, di cui facevano parte, insieme ai fratelli Sciscione, anche altri due responsabili, cedette a “Gold Tv” il canale 60. Atto che - è stato sempre sottolineato dalla difesa degli imputati (gli avvocati Italo Sciscione e Alessandro Diddi) - era stata voluta dagli stessi soci della famiglia Sciscione. Ma poi arriva la denuncia con l’instaurazione di un processo a carico di Gianfranco, Angelo (nel frattempo scomparso) e Romano. Su di loro, tra le altre, le accuse di bancarotta fraudolenta, falso e truffa. Avviato nel 2002, il processo di primo grado si concluse nel 2013 con un’assoluzione perché il fatto non sussiste e, in particolare, per non aver commesso il fatto per quanto riguardava la bancarotta. Indirizzo seguito anche più tardi quando nel 2015 i giudici di corte d’Appello, pure loro aditi dagli ex soci, confermarono la sentenza di primo grado. Ma non era finita perché le pronunce dei giudici sono state impugnate e portate fino al terzo grado di giudizio. Ieri la dichiarata inammissibilità dei ricorsi e la parola fine sul caso giudiziario.

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