Marco ha 14 anni e dopo qualche stagione è diventato uno dei ragazzi più forti della squadra giovanile del suo paese. Oggi è un giorno particolare perché Marco sta per firmare il suo primo contratto da calciatore. Un accordo che lo legherà al club dove ha mosso i primi passi da giovane promessa fino all'età di 25 anni. Mica uno scherzo, lo chiamano contratto a vita, e Marco (che è un nome di fantasia) non avrebbe mai pensato che quel giorno gli sarebbe costato così caro. Sì, perché dopo la firma continua a giocare e segnare. I giornali e i siti parlano di un giovane attaccante in rampa di lancio e due anni dopo lo nota anche una squadra di categoria superiore che chiede di tesserarlo. Marco è contento e vuole provare questa nuova avventura, sogna magari anche l'esordio in prima squadra che potrebbe aprirgli le porte a qualcosa di ancora più importante. Ma per andare via il presidente della sua piccola società di provincia vuole qualcosa in cambio: un piccolo premio per averlo cresciuto. Vuole insomma dei soldi per liberarlo da quel vincolo sottoscritto due anni prima e che lo legherà a quella società, come da regolamento, per altri lunghissimi nove anni. Servono duemila euro per spezzare le catene. E i genitori di Marco li pagano, "offuscati" forse nella decisione dalla loro passione per questo ragazzo che promette bene, anche se sanno benissimo che quello che stanno subendo è un torto. Protestare, però, non servirebbe. Denunciare senza prove neanche, e poi si rischierebbe di rovinare sul nascere una carriera. Marco verrebbe tacciato di aver "cantato", verrebbe bollato dalle altre società, "bruciato" e forse anche costretto, chissà, ad appendere gli scarpini al chiodo ancora prima di iniziare.
Quella di Marco è una storia inventata ma uguale a tante altre che spesso vengono fuori per gli "spifferi" degli spogliatoi di tante realtà, piccoli o grandi, del calcio italiano. E la provincia di Latina in questo senso non fa eccezione. Il caso del vincolo sportivo per i dilettanti è esploso nella settimana appena terminata solo a causa di quello che è successo a Gaeta con l'inchiesta "dribbling", la cui unica peculiarità è che sei giocatori hanno avuto l'ardire di denunciare l'accaduto creando un importante precedente. Il fermo per l'ex mister Melchionna e l'indagine che coinvolge il presidente Belalba e la figlia, però, non hanno di sicuro scandalizzato i tanti addetti ai lavori che sanno bene come "gira" questo mondo. Non tutto, sia chiaro, è marcio. Non tutto è da buttare via, per fortuna. Ma i casi, come si può leggere anche dalle dichiarazioni di alcuni esperti del settore, sono molteplici e si ripropongono ogni stagione con lo stesso tipo di allarmismo.
Il vincolo sportivo rischia di spezzare sul nascere la voglia di giocare dei ragazzi. Sono loro i più colpiti. Dai 14 anni, infatti, le norme della Figc prevedono che le società possano blindare i propri giocatori fino ai 25 anni di età. Per liberarli basta l'accordo tra le parti, ed ecco che il ragazzo può andare a giocare altrove. Ma spesso non tutto, come abbiamo raccontato nella breve storia di Marco, fila via liscio. Anzi, i casi di violazione alle norme federali sono moltissimi e ricadono soprattutto su quei ragazzi che di volta in volta arrivano alla cosiddetta età di Lega. Nei campionati di Eccellenza e Promozione, così come in Serie D, c'è l'obbligo infatti di scendere in campo con un numero minimo di giocatori nati in un determinato anno (per la D, ad esempio, l'obbligo è di avere un ‘97, due ‘98 e un ‘99 sempre in campo). Ecco allora che questo obbligo diventa opportunità per i settori giovanili di mettere in cassa qualche soldino inaspettato, chiedendo in cambio dello svincolo il pagamento - che non è il premo preparazione invece previsto in taluni casi dalla norma - di una determinata somma. La casistica è molto più grande di quanto si possa pensare. Ci sono, come detto, club virtuosi, ma i numeri di chi si rivolge alle associazioni di categoria e ai legali, per una consulenza o per essere aiutati, sono sempre elevati. Centinaia, anche quest'anno, le richieste di aiuto registrate solo in provincia di Latina.
Poi c'è un'altro mondo, quello degli over 25. Il "caso Gaeta" riguarda proprio quest'altra parte della giungla dei dilettanti, fortunatamente di portata minore a livello di casistica. Dopo il 25esimo anno di età, infatti, il giocatore dilettante è automaticamente svincolato alla fine di ogni stagione. Il problema sorge quando il tesserato chiede di essere ceduto prima, nella finestra del mercato invernale di dicembre. In questo caso può accadere che la società neghi i rimborsi dovuti ai giocatori fino a quel periodo e, nella peggiore delle eventualità, pretendere pure una somma in denaro per riavere il cartellino. Come si fa ad evitare tutto questo? La normativa ha lanciato un salvagente, vale a dire l'articolo 108 delle norme organizzative interne della Figc (Noif), che permette al calciatore non professionista e al giovane dilettante di accordarsi con la società riguardo il vincolo sottoscritto. Una strada poco battuta e che di certo non risolve il problema di una questione spinosa che andrebbe affrontata immediatamente perché riguarda migliaia di calciatori, molte volte giovanissimi e, naturalmente, ancora sprovveduti.

L'INTERVISTA

«Bisogna mettere le società con le spalle al muro, qualora ci fosse una richiesta di soldi per ottenere lo svincolo».
E' questo il commento di un esperto come l'avvocato pontino Matteo Sperduti, diventato ormai una delle eccellenze in Italia del diritto legato al mondo dello sport: «Certo - continua il legale -, bisogna poi dividere come sempre la sfera del penale da quella del diritto sportivo. In molti, quando si trovano in situazioni difficili legate allo svincolo, sono spaventati perché spesso non ci sono basi o prove su cui muoversi per intentare un'azione».
Il caso Gaeta, quindi, di peculiare ha poco: «Il caso Gaeta va ancora approfondito. Non voglio addentrarmi nello specifico, ma possiamo trarre degli spunti per parlare, in generale, del vincolo sportivo. Si tratta, da quanto ho appreso dai giornali, di ragazzi over 25 anni che volevano svincolarsi a dicembre. In questo caso però si parla anche delle presunte minacce per riavere indietro gli assegni consegnati a inizio stagione ai giocatori. Quindi di diritto sportivo c'è poco. Si può dire che firmando l'articolo 108, sia i ragazzi sopra i 25 anni, che soprattutto i giovani che poi sono i più colpiti, possono evitare questi episodi spiacevoli che purtroppo si registrano con una casistica sempre elevata in ogni stagione. La normativa è carente in tal senso, così come spesso sono carenti le prove che si possono proporre per un eventuale denuncia. Fortunatamente ci sono anche molte società virtuose. Sono sempre di più quelle che rinunciano al vincolo anche nella nostra provincia».

L'INTERVENTO

Un giro di denaro troppo alto se si parla dei dilettanti. E dove ci sono i soldi, molto spesso c'è anche chi infrange le regole. L'altra prassi negativa del calcio dilettantistico, oltre al vincolo sportivo, è senza ombra di dubbio quella del pagamento in nero o dei rimborsi troppo alti per i calciatori non professionisti. La normativa FIGC parla chiaro: nei dilettanti (fa eccezione la Serie D), i giocatori non devono ricevere pagamenti per le prestazioni sportive, bensì soltanto dei rimborsi spese con un tetto massimo fissato a 7.500 euro annui.
Ma anche da quel che si legge nell'ordinanza dell'inchiesta "Dribbling", le cifre che "girano" in un campionato come l'Eccellenza sono spesso molto più alte del limite consentito. Oltre ai rimborsi, infatti, si ricorre ancora al pagamento in "nero" o si cerca di aggirare la normativa federale. Il calcio dilettantistico diventa in molti casi un vero e proprio lavoro. Certo, la crisi economica degli ultimi anni sta abbattendo i costi dei rimborsi e operando una sorta di selezione naturale per quanto riguarda quei club che non rispettano la regola. Ma controlli maggiori e un aggiornamento della norma si rendono anche in questo caso necessari.