“Caro Gesù Bambino…”. Inizia con questo incipit la maggior parte delle circa 100 lettere di Natale scritte dai bambini di almeno 5 generazioni e in mostra all’interno del Museo archeologico di Sezze dallo scorso 8 dicembre. Nei primi dieci giorni sono già in tantissimi ad aver fatto visita alla mostra, spinti dalla curiosità e, probabilmente, da quel sentirsi bimbi soprattutto in questo periodo dell’anno, a ridosso delle festività natalizie.

A organizzare l’iniziativa Pietro Mastrantoni, classe 1952, ex operatore sanitario in pensione da due anni, fotografo e collezionista da sempre: «Le circa cento letterine che sono in mostra - spiega Mastrantoni - sono frutto di almeno un paio di anni di ricerca. Alcune sono state acquistate nei mercatini di settore, spulciando tra pile di materiale vario. È stato difficile perché sono oggetti che tendono a sparire quando si cresce. Si scrivevano da bambini e nel migliore dei casi vanno a finire in fondo a qualche cassetto che poi qualche rigattiere ritrova casualmente». Un lavoro certosino che ha già raccolto diversi attestati da parte dei visitatori, giunti da diverse zone della regione per osservare anche l’aspetto sociologico e antropologico della mostra, con lettere scritte in diverse epoche, dal 1872 al 1960.

L’uso della letterina di Natale nasce in Europa nel corso del XVIII secolo e inizialmente era considerata appannaggio di famiglie facoltose perché rappresentava un’usanza diffusa nelle sole famiglie ricche e di conseguenza molto difficile da reperire; poi, verso gli anni ‘60, diventa un vero e proprio fenomeno di massa anche in Italia. Le più belle letterine sono quelle che vanno da fine 1800 al 1920 periodo chiamato “Stile Liberty”.

Alcune mettono i brividi, come quella della bimba che chiede in dono il ritorno di suo padre dalla Prima Guerra Mondiale, oppure quelle della piccola Teresa di Lisieux, poi diventata Santa Teresina, meglio conosciuta come Santa Teresa del Bambin Gesù, che scrive una lettera nel 1896: «È interessante analizzare i diversi momenti storici vissuti da bambini e adolescenti - spiega ancora Mastrantoni - con l’evoluzione dei giochi, il perdono alle marachelle, le promesse di diventare più buono. Farsi dare qualche cosa è l’obiettivo, anche qualche soldo, considerato che all’epoca non c’erano le paghette». Diversi anche gli stili: «Prima - conclude il curatore della mostra - si usava realizzarle bene graficamente, mentre quelle degli anni ’60 sono spoglie, alcune fatte sui fogli di quaderno». La mostra sarà visitabile fino al prossimo 6 gennaio.