È alle battute finali il processo denominato “Damasco 3”, che vede sul banco degli imputati Pietro Munno e Dario Leone, all’epoca dei fatti contestati, vicecomandante e comandante della polizia locale di Fondi, e i privati Claudio Verardi ed Enzo Di Vito. Per tutti le accuse sono, a vario titolo e per fatti diversi, concorso in concussione, abuso d'ufficio e falsità materiale. Ieri a conclusione della requisitoria, il pm Maria Cristina Picozzo ha chiesto per tutti condanne da 3 a 5 anni. Nel dettaglio 5 anni e sei mesi per Pietro Munno (difeso dall’avvocato Maurizio Forte), 3 anni e 9 mesi per Dario Leone (avvocato Letizia Bortone), 3 anni e quattro mesi per Claudio Verardi (avvocati Guglielmo Raso e Arcangelo Peppe) e 3 anni e 4 mesi per Enzo Di Vito (difeso dall’avvocato Giuseppe Mastrobattista).
Le accuse riguardano diverse ipotesi di reato per fatti differenti, risalenti tutti a un periodo compreso tra il 2006 e il 2009. Al vicecomandante Munno è contestata la concussione in concorso con Verardi e Di Vito, per aver chiesto ai costruttori, secondo l'accusa, denaro per chiudere un occhio su alcune irregolarità edilizie nella realizzazione di un immobile di Selva Vetere. La cifra messa agli atti è di oltre 177 mila euro. I due costruttori, oggi parte civile nel processo e rappresentati dall'avvocato Giulio Mastrobattista, hanno più volte nel corso del processo confermato di aver sborsato delle somme per “addomesticare” le pratiche. Munno nel processo deve rispondere anche di altre accuse: gli viene contestato un episodio di tentata concussione con la richiesta di 20.000 euro ad un privato per definire la pratica amministrativa relativa ad un'autorizzazione commerciale, e ancora l’assegnazione di aree del mercato agli spuntisti senza chiedere - è la ricostruzione della procura - il pagamento della tassa d’occupazione. Di qui l’accusa d’abuso d’ufficio.
Abuso d’ufficio contestato anche all’allora comandante della polizia locale Dario Leone, cui si aggiunge la falsità materiale in atto pubblico. L’ex responsabile secondo le indagini, nel 2009 avrebbe formato atti amministrativi contraffatti per provocare ai privati un ingiusto profitto consistito in contrassegni autorizzativi per la sosta nelle zone a pagamento.
Nel corso della requisitoria il pm ha chiesto sempre per Munno la riformulazione dell'accusa, da concussione in induzione indebita, poiché non ci sarebbe stato l'elemento della costrizione. Richiesta a cui si è opposto l'avvocato di parte civile Mastrobattista. Il prossimo 7 novembre ci saranno le ultime discussioni e la sentenza.