Tra le poche certezze che abbiamo riguardo al Coronavirus, quella che si è palesata dal primo momento, confermandosi nel tempo, è come gli anziani siano la categoria maggiormente a rischio. Tutte le statistiche sulla terza età (contagiati, ricoverati e deceduti) lo denunciano chiaramente. Anche in questo il caso di Fondi è emblematico: il focolaio locale è partito da una ormai famosa festa tra membri del centro anziani Domenico Purificato il 25 febbraio scorso, martedì grasso. Al trapelare della notizia, pochi giorni dopo, una parte della città scatena una vera e propria caccia agli untori, diffondendo la lista dei partecipanti via chat e social. Mascherati dietro l'intenzione di proteggere le proprie famiglie e i concittadini, i peggiori istinti delatori e colpevolizzanti sfociano in episodi e dichiarazioni tutt'altro che piacevoli – secondo alcuni anche la profanazione di una sepoltura è da ricollegarsi a questo furore – fortunatamente minoritari.

Le restrizioni del lockdown prima e della zona rossa poi, iniziano ad evidenziare situazioni di difficoltà, quando non emergenza sociale, da parte di un numero sempre maggiore di categorie e nella narrazione ininterrotta della pandemia gli anziani vengono descritti sempre più come deboli, a rischio, fragili non solo dal punto di vista sanitario.

Sono dei giorni immediatamente precedenti alla chiusura del perimetro comunale le parole del primo ministro britannico Boris Johnson sulla necessità di doversi abituare all'idea di perdere i propri cari.

Ultrasessantacinquenni (i primi report fissano l'età critica a 63 anni) quasi vittime designate, condannati dalle spietate tabelle dell'Istituto Superiore di Sanità o della Protezione Civile. Ma ogni regola, anche la più ferrea, ha le proprie eccezioni. A spezzare la tensione nella piana giunge la notizia del ritorno a casa dallo Spallanzani di Silvio Gistro, classe 1927, primo dei contagiati fondani ad essere dichiarato guarito. Novantatrè anni, ricoverato il 5 marzo, tagliato fuori dal mondo in terapia intensiva.

Incontro il signor Silvio nell'appartamento in cui vive da solo, ordinato e accogliente, semplice ma elegante, senza fronzoli ma pieno di vita, proprio come il padrone di casa. Racconta della sua disavventura con lucidità e modestia; ricorda i valori di temperatura e pressione che lo hanno portato a contattare i medico, il ricovero improvviso senza poter salutare i familiari, il viaggio in ambulanza verso il nosocomio romano. Ricorda bene anche lo sconforto che lo ha colto durante i primi giorni di degenza, in completo isolamento, costretto a letto, casco e rilevatori a unirlo e dividerlo dal resto del mondo. Sconforto che lo ha portato a dire a uno dei medici che lo seguiva che forse sarebbe stato meglio concentrarsi su qualcuno con più possibilità. La risposta dell'uomo in camice spiega quanto il fattore umano possa essere decisivo in ogni terapia: «Non lo dica neanche per scherzo, lei è la mascotte dell'ospedale!».

E' a quel punto che il signor Silvio ha un sogno. Una figura non meglio identificata lo esortava con poche parole, dirette e decise: «Tu devi lottare!».

Quando pronuncia questa frase cambia voce proprio come quando nel corso della nostra chiacchierata mi racconta di suo padre, Cavaliere di Vittorio Veneto, e di come ripetesse «Il sacco vuoto non si regge in piedi».

Il riferimento è alla fame vera, quella della guerra. Così il signor Silvio riprende a mangiare con appetito, memore di quando la sua famiglia era sfollata in un fienile insieme ad altre tre e si nutriva di lupini bolliti. I ricordi di guerra passano per il bombardamento alleato del 6 gennaio 1943, la Befana di Sangue. Al Silvio ragazzino che si prodiga coi fratelli per portare soccorso dopo l'esplosione di una polveriera.

Lo stesso bombardamento in cui venne ferito il fratello di Gemma Figliozzi, all'epoca diciottenne, anche lei vittoriosa sul virus, ma ricoverata presso il Santa Maria Goretti di Latina.

Di origini itrane, faceva la spola con Fondi sul dorso di un somaro prima di prendere marito nella città delle arance. Rivendica con orgoglio di aver fatto "tutti i lavori": portava sulla testa carichi pesantissimi, ripuliva terreni dalle frasche, raccoglieva fave. Con orgoglio ancora maggiore rivendica di aver costruito una famiglia bellissima: 5 figli, 12 nipoti e 18 "stranipoti", così li chiama mentre le si illuminano gli occhi. E' benvoluta da tutti e ama stare tra la gente, nonostante ci tenga alla propria autonomia. Mentre parliamo le suona il telefono. E' una delle figlie che "dopo questa cosa del virus" è un po' in apprensione. Lei si rammarica di non poter restare a parlare e godersi il fresco della sera in piazza perché i locali chiudono presto. Anche lei ricoverata per quasi un mese, anche lei isolata dal mondo per un lungo periodo, nonostante avesse all'inizio una compagna di stanza più giovane, fortunatamente guarita e dimessa in tempi brevi, anche lei grata al personale medico e pronta a riabbracciare la famiglia, il mondo, la vita.

Sono questi gli individui fragili della nostra comunità? Il signor Silvio è appassionato di foto e video, sta digitalizzando il suo archivio recuperandolo da vecchi supporti, ha imparato da solo ad usare il pc e tanti attestati di affetto e sostegno gli sono arrivati attraverso famose app di messaggistica. La signora Gemma è coinvolgente, ha la naturale capacità di aggregare le persone. Hanno superato il peggior dramma della storia contemporanea, e sono pieni di empatia, di interesse per quanto accade loro intorno, pieni di fiducia e speranza. Non si vergognano dei momenti di difficoltà, di certi pensieri difficili da affrontare, ma si concentrano sul positivo, sulle battaglie vinte.

Credo fermamente sia questo il messaggio forte, chiarissimo, che le loro vicende parallele trasmettono. Lo sguardo vivo, la serenità, la consapevolezza di quanto si è costruito in tempi di devastazione, violenza, povertà. L'elegante spontanea dignità di una generazione che ha messo le basi per un benessere che spesso sottovalutiamo. Nelle parole di Silvio Gistro: «E' stata dura, ma ne siamo usciti per merito nostro». E' per questa giusta fierezza che entrambi, al momento della foto, hanno chiesto di spostare la mascherina. Come a dire sono qui e posso essere orgoglioso di quel che sono, del mio percorso. Auguriamoci che un giorno, tra tanti anni, possiamo dire altrettanto delle nostre vite, come singoli e come comunità non solo cittadina o nazionale, ma umana. Le sfide che la pandemia ha portato richiedono sforzi, fatica, impegno, sacrifici che non ci aspettavamo di dover affrontare. Abbiamo, a guidarci, l'esempio di questi e altri nonni, padri e madri che si sono rimboccati le maniche e hanno letteralmente tirato fuori il Paese dalle macerie. Non sprechiamolo. Impariamo a valorizzare le testimonianze di chi ci ha preceduto nel ciclo della vita, a trarne insegnamento. Personalmente, d'ora in avanti, quando mi troverò a fronteggiare le tempeste che la vita ha in serbo per me, avrò a farmi compagnia quella voce chiara a ripetermi tre piccole, potenti parole. Tu devi lottare!