La forza dei nomi e dei numeri resiste, insieme ai rettangoli di travertino incastonati ottantacinque anni fa a quattro metri d'altezza in ciascuno degli edifici realizzati dall'Istituto Case Popolari di Roma tra il 1934 e il 1936.


E' per questa resistenza che oggi i figli e i nipoti dei primi residenti del complesso edilizio popolare che passa con la denominazione di Quartiere Nicolosi (dal cognome dell'architetto Giuseppe Nicolosi incaricato della progettazione) continuano a chiamare Lotto 1, Lotto 2 e via così fino all'ottavo Lotto, ciascuno degli edifici dove sono nati, cresciuti e messo su famiglia.
Sono i discendenti dei primi abitanti del nucleo urbano di Littoria (gli altri erano i coloni sistemati nei poderi), le foglie della prima città nuova venuta su con le radici piantate nel fango della palude. Si sentono figli di Latina e mostrano con orgoglio i parallelepipedi più o meno scoloriti, ma tutti tendenti all'ocra, dove avevano trovato dimora nonni e genitori in un'epoca che è dietro l'angolo, ma che pare lontana secoli.
Gli eredi di quel quartiere che con i suoi settecento appartamenti è sempre stato una città nella città, oggi non vogliono parlare di sé e nemmeno delle loro origini: vogliono semplicemente richiamare l'attenzione su quelle case, che costituiscono uno degli esempi più riusciti di edilizia residenziale popolare degli anni ‘30.


«Abbiamo iscritto il quartiere Nicolosi di Latina nell'elenco dei luoghi della memoria del Fai – spiega Pamela Cartolano, Tesoriere dell'Associazione, o Comitato di Quartiere, costituito nel 2018 – Stiamo raccogliendo le firme per ottenere dal Fai un contributo che ci permetta di sostenere le spese per un progetto, non abbiamo ancora deciso se di illuminazione dell'intero quartiere oppure per riqualificarne il verde. Dobbiamo oltrepassare la soglia delle duemila firme entro la prima metà di dicembre, ed è scontato che ce la faremo».
Sì, ce la faranno di sicuro. «Abbiamo piazzato il primo banchetto per la raccolta delle firme la prima domenica di luglio all'interno del Mercatino della Memoria, in centro – racconta Otello Tremolanti, factotum dell'Associazione – In una sola giornata abbiamo raccolto oltre 300 firme, e adesso siamo già arrivati a 450. Abbiamo scoperto che la città conosce il Nicolosi e che quasi tutti sono consapevoli del pregio architettonico di questo luogo, che rappresenta la culla del primo nucleo sociale e popolare di Latina».

Con il tesoriere e il factotum ci sono altre persone, i Consiglieri dell'associazione, Costantino Cianfarani e Duilio Loi, e Giancarlo Spaccatrosi, che è nato nel 1943 nel settimo Lotto e da allora non si è mai spostato da lì, ed è diventato il giardiniere delle aree comprese tra i Lotti 7 e 8, oggi considerati i più belli dell'intero quartiere, perché sono senz'altro i più curati.
«Una volta qui c'erano anche i portieri, ed erano loro a fare in modo che tutto fosse in ordine attorno alle nostre case – spiega Otello Tremolanti – Soltanto nella palazzina dove abitavo, eravamo 51 ragazzini. Si guardi attorno e provi a pensare quanta vita poteva esserci in questi cortili negli anni ‘40, ‘50 e ‘60. Anche gli stenditoi erano impeccabili. Qualcuno viene ancora utilizzato. E la sera l'intero quartiere era illuminato a giorno. Adesso, quasi novant'anni dopo, siamo al buio completo».

Non è soltanto nostalgia, i componenti dell'Associazione presieduta da Davide Giorgi hanno la consapevolezza di trovarsi all'interno di un quartiere che rimanda ad atmosfere magiche che vanno recuperate e restituite ai residenti di oggi, la maggior parte dei quali sono immigrati, esattamente come i primi abitanti del Nicolosi negli anni ‘30 e ‘40. Di tutto quel patrimonio edilizio, l'Ater conserva oggi soltanto qualche decina di case, non più di 70, meno del 10% dell'intera consistenza edilizia, il che significa che oggi a reggere le sorti del quartiere sono i proprietari che negli anni hanno riscattato gli appartamenti.
«E' per questo che cerchiamo di darci da fare – sottolinea Pamela Cartolano – e non soltanto con questa raccolta di firme, ma anche con interventi di manutenzione ordinaria e cura costante, spesso sostituendoci alla pubblica amministrazione. Del resto – conclude – siamo circa duecento soci, e tutti insieme possiamo fare davvero molto. Anzi, moltissimo»