Riceviamo e pubblichiamo questo intervento sul futuro del D'Annunzio e della Casa della Cultura proposto dall'assessore alla Cultura del Comune di Latina.

Non sono né cieco né insensibile al dibattito lanciato da Gianfranco Pannone e proseguito da Clemente Pernarella e da altri. Discutere del teatro non avrebbe senso se non si discute che ruolo dovrebbe rivestire un teatro in una qualsiasi città e, a maggior ragione, in una città capoluogo.

Se riavvolgo il nastro del mio arrivo a Latina m'imbattei, al mio ingresso in assessorato, nella scena di un gruppo di signore che si precipitavano ansimanti fuori dal teatro in cerca di un minimo di refrigerio nella calura estiva, si fa per dire, della strada. Erano le madri delle bambine che si esibivano per i saggi di danza. Appresi così che al D'Annunzio mancava l'aria condizionata d'estate e il riscaldamento d'inverno. Non ho assistito allo spettacolo di un pubblico semi assiderato e intabarrato nei cappotti. Ho fatto in tempo, però, nell'unico spettacolo della mia unica stagione teatrale (il bellissimo Copenaghen con Popolizio, Orsini e la Lojodice), ad assistere a una rappresentazione funestata da rivoli di pioggia caduti direttamente sul palcoscenico, come ha ricordato il direttore Panigutti. In poche parole il teatro non era né sicuro, né ospitale. Per non parlare della situazione del Cafaro, di cui si parla troppo poco e che continua a essere interdetto o del teatro dei Mille di cui non si parla affatto. Anni, anzi decenni, di mancata manutenzione e, aggiungo, di mancata programmazione su cosa farne. Non solo del D'Annunzio, ma dell'intero Palazzo della Cultura.

Mi sono ritrovato così ad affrontare la decisione di annunciare la chiusura del teatro e ad affrontare un pubblico palesemente infastidito dal trasloco della stagione al Moderno mettendo la mia faccia, come si dice, in più di un'occasione, a disposizione di quel malumore.
Da lì un calvario di speranze e attese frustrate, di appuntamenti rimandati, spese lievitate (dai 130 mila euro iniziali ai 600 mila attuali) e, soprattutto, di uno sforzo d'invenzioni e soluzioni - pur nella precarietà - per poter permettere alle associazioni, alle scuole di danza e di musica di poter continuare una qualche forma di attività. Si sono così utilizzati il Palabianchini, il Cambellotti, la sua arena estiva, o addirittura la stessa Piazza del Popolo, per i saggi di danza o ridotte esibizioni teatrali. Non sempre è estate e oggi anche le piazze, come si sa, sono interdette.

Il dibattito invocato e rilanciato dal Direttore non va, comunque, eluso, a patto che la cosa in sé, il teatro e, più in generale, il palazzo che lo contiene, non sia sostituita dall'idea della cosa per sé. Solo così un dibattito sfugge all'astrazione ed evita di avvitarsi su se stesso.
Sarà banale dirlo ma, ad esempio, un palazzo che si autodefinisce Palazzo della Cultura, pieno di stanze inutilizzate - e oggi liberate dalle funzioni amministrative - deve, indipendentemente da chi pro tempore amministra la città, essere abitato da associazioni culturali. Un luogo capace di ospitare gratuitamente (oggi uno stravagante regolamento che va superato lo impedisce) laboratori e corsi di formazione (per il quale è stato avviato un processo di accreditamento presso la Regione Lazio). Anche perché solo così può crescere una cultura che produce esperienze artistiche invece che limitarsi a ospitarle. E solo così, di conseguenza, può crescere un pubblico - teatrale o musicale che sia - consapevole della centralità dello spettacolo dal vivo; ma questo riguarda l'idea della cosa e il dibattito da affrontare. Discussione che non può che essere pubblica e che per rimanere ancorata a dati oggettivi non può eludere il tema di quante risorse occorrono: economiche, professionali e, aggiungo pro domo mea, di personale amministrativo.

Senza questa premessa qualsiasi suggestione è destinata, appunto, a rimanere tale e lasciare il posto alla rassegnazione per l'esistente. Una discussione franca e libera dai condizionamenti legittimi, ma angusti, della contrapposizione politica. Anche perché è proprio del confronto culturale aprire spazi di discussione liberi.

Senza zone, per rimanere in tema, interdette. Per essere sincero fino in fondo ritengo, ad esempio, che l'unica delibera oggi vincolante, quella del cosiddetto "partenariato", può e deve essere riaffrontata e ridiscussa. Non si tratta della logora contrapposizione tra pubblico e privato, né dell'altrettanto logora divisione tra effimero e strutturale. Si tratta di discutere cosa significa "pubblico" riferito alla cultura e specificatamente a un teatro.

Poiché, come si dice, c'è un elefante in salotto, colgo l'occasione per non eludere l'altra questione che riguarda la sicurezza del teatro. La sicurezza è tale, va chiarito, se non ammette sconti, né strappi alle regole. Dopo incertezze e sottovalutazioni che risalgono, probabilmente, all'epoca commissariale e che coinvolgono anche questa stagione amministrativa, un anno e mezzo fa si è imboccata la strada di lavori radicali senza limiti alle risorse economiche né all'impegno. Ma perché tale impegno non vada frustrato occorre una collaborazione tra istituzioni pubbliche. Una collaborazione fatta di colloqui formali e informali, di soluzioni condivise. Perché la restituzione di un bene collettivo alla città - tale è il Palazzo della Cultura - è anch'essa un obiettivo che riguarda tutte le istituzioni pubbliche. Altrimenti non troverebbe risposta il paradosso di un teatro funzionante per trent'anni, senza alcuna agibilità, e interdetto oggi che si è imboccata, a detta degli esperti, la strada giusta.

Confesso, in conclusione, che ancora prima di un dibattito comunque necessario e non procrastinabile, l'inaugurazione o meglio la riapertura del teatro D'Annunzio - chiunque amministri - potrebbe offrire alla città un saggio di cosa può rappresentare un teatro vivo e abitato. Perché un teatro è utile - diceva qualcuno più autorevole di me - persino per chi in un teatro non metterà mai piede.