Paolo Galante è il Presidente di Federalberghi della Provincia di Latina e sa bene che la maggior parte delle strutture di cui la sua associazione si occupa si trovano in località di mare. Questo significa che la costa che contraddistingue la provincia pontina è una risorsa insostituibile per l'economia del territorio e il principale punto di riferimento per il turismo. Ma mentre i centri storicamente attrezzati per sostenere la domanda di turismo hanno più o meno tutti dato fondo a idee, risorse e investimenti per fare della ricettività il banco di prova della loro capacità di fare economia turistica, e pensiamo a Gaeta e Sperlonga, a Terracina e San Felice Circeo, a Sabaudia e alle isole pontine, il capoluogo, malgrado disponga della lingua di spiaggia più estesa della provincia, peraltro in buona parte incastonata nella cornice di Fogliano e del Parco nazionale del Circeo, non è ancora riuscito a darsi una tabella di marcia, né, prima ancora, un obiettivo da perseguire per affermarsi come territorio pilota per il rilancio del turismo nell'intera provincia.

Galante, a chi spetta ideare e pianificare i sistemi di sviluppo del territorio?
«Sono convinto che non vi sia e non debba esserci una rigida divisione dei ruoli e dei compiti, anche se in genere le idee vengono agli imprenditori e la pianificazione del territorio spetta invece agli enti locali e alla politica che li governa. In una "terra felice" il dialogo tra imprenditori e amministratori è continuo e strutturato come i vasi comunicanti, e in genere si pianifica dopo un confronto aperto con chi è abilitato a realizzare cose e a dare vita ai progetti trasformandoli in opere. Ma questa è una visione ottimistica che qui da noi non ha ancora trovato casa. Se vogliamo parlare della nostra Marina, negli ultimi anni ho visto imprenditori fare cose egregie, ma si tratta di interventi su opere preesistenti. A nessuno dei cittadini di Latina sarà sfuggito ad esempio che nel corso dell'ultima stagione estiva il piazzale di Capoportiere sembra essere rinato dopo decenni di letargo, fino a diventare il biglietto da visita del Lido, e questo grazie all'intelligenza dei proprietari di due o tre alberghi che si trovano proprio lì. Ma se quelle stesse persone volessero investire dieci metri più in là, credo non potrebbero farlo, perché non ci sono le condizioni urbanistiche necessarie, né le prospettive per favorire nuovi investimenti».

Detta così sembra una sentenza di condanna all'immobilismo perpetuo.
«Chiamiamola come vogliamo, ma dico che il termometro dello stato di salute di un territorio è dato anche dal numero di imprenditori che si affacciano da fuori ad annusare l'aria del territorio, e qui da noi, imprenditori intenzionati a scommettere sulla nostra economia non se ne vedono, e quando riusciamo a portarne qualcuno curioso, come è accaduto quando si cercava di chiudere il cerchio intorno alle Terme di Fogliano, dopo un paio di incontri non li abbiamo più visti tornare. Questo accade perché un imprenditore che voglia investire milioni di euro sceglie con cura e attenzione dove collocarli, e non si accontenta di un contesto naturalistico favorevole, ma pesano anche il valore e lo spessore degli amministratori e anche la qualità della pianificazione turistica e quella urbanistica, se ci sono. Nessuno viene a buttare soldi in un contesto caotico e privo di una prospettiva certa e consolidata da risultati evidenti, misurabili e prevedibili».

Vuol dire che per crescere possiamo contare soltanto sulle nostre forze locali?
«Qualcosa del genere. Certamente qualsiasi crescita dell'economia del nostro territorio sarà lenta e legata a situazioni favorevoli, contingenze inaspettate e occasioni da cogliere al volo. Ma non è così che si può governare il presente di un territorio puntando a costruire le fondamenta di un futuro migliore. Però voglio essere lo stesso ottimista, e malgrado il settore di cui mi occupo, quello della ricettività e del turismo abbia subito un duro colpo dall'emergenza del covid, e malgrado da noi l'offerta di posti letto superi di gran lunga la domanda, malgrado alcune strutture alberghiere abbiano chiuso e altre siano destinate a farlo, ritengo comunque che il territorio della provincia di Latina abbia caratteristiche tali da consentire un rilancio anche forte dell'economia del turismo, a patto che vi sia una visione attenta e intelligente sulle condizioni che vanno create per favorire lo sviluppo».

Torniamo a Latina: stando a quello che Lei dice, una riorganizzazione avveduta e coerente dell'intero comprensorio della marina potrebbe costituire il volano capace di rimettere in moto l'intero comparto economico del turismo?
«Assolutamente sì. Di più, ritengo che la Marina potrebbe essere la chiave di volta non solo del comparto turistico, ma delle sorti più generali della città di Latina e non solo. Attualmente la Marina è in uno stato di abbandono, e questo scoraggia qualsiasi tipo di iniziativa privata. E le dirò di più, l'iniziativa privata, il gran cuore di imprenditori capaci, non sono sufficienti per invertire la tendenza, perché una rondine non fa primavera. Quello che abbiamo visto trasformarsi a Capoportiere, è una perla in una corona di spine».

Secondo Lei di cosa ci sarebbe bisogno?
«Di meno chiacchiere e più fatti, di un'amministrazione determinata e fermamente convinta della necessità di dare a questa città delle occasioni per ripartire, per affermarsi, per tornare ad essere quello che è stata, cioè una città di promesse forti e credibili, una città capace di guardare oltre i propri confini, una città che sappia vestire i panni del capoluogo di provincia e diventare punto di riferimento per l'intero territorio pontino. La storia ci ha dimostrato che i concorsi di idee non bastano, che ci vuole il coraggio di osare e di scommettere, anche correndo il rischio di sbagliare a volte, ma chi non si spinge al di là del proprio naso, non può pretendere di intravedere il futuro».

Lei aveva accettato di essere candidato sindaco alle scorse elezioni amministrative, poi la sua corsa è stata fermata alle primarie del partito che l'aveva proposta. Certamente allora aveva in mente qualcosa per ribaltare la situazione della Marina di Latina.
«Qualcosa avrei voluto provare a fare, certo, partendo dalla constatazione che nessuna amministrazione ha mai avuto una visione d'insieme per il tratto di costa che va da Foce Verde a Rio Martino. Mi piace ricordare che ho imparato a camminare sulla spiaggia di Latina, e per anni ho trascorso le vacanze al Lido di Latina per tre mesi l'anno, come tante famiglie del capoluogo. All'epoca era un vanto passare le vacanze lì, invece adesso tutti abbiamo smobilitato, venduto le case e inseguito altri lidi. Quello che mi sarebbe piaciuto fare era dare vita a un'amministrazione capace di alzare l'asticella, allora sì che il nostro territorio potrebbe aspirare a diventare appetibile per gli investitori».

Nello specifico, cosa avrebbe cercato di fare?
«Avrei imposto di considerare innanzitutto il tratto antropizzato che va da Foce Verde a Capoportiere, partendo dalla sistemazione della foce del Canale Mascarello per consentire l'incremento dei posti barca. Contestualmente bisognava occuparsi della sistemazione della viabilità del lungomare, del completamento della dorsale di via Massaro e la creazione di una rete di traverse ortogonali, già esistenti del resto, che dovrebbero costituire un sistema a pettine con il potenziamento dei parcheggi a monte della strada Lungomare, che a mio avviso dovrebbe essere completamente pedonalizzata. Una volta azzerato il traffico dei veicoli sul tratto lungomare, bisognerebbe autorizzare il cambiamento delle destinazioni d'uso, per favorire il sorgere di attività commerciali oggi inesistenti. Infine, sono convinto che un attento urbanista saprebbe ristabilire un minimo di equilibrio e armonia con interventi semplici e mirati, a cominciare da un banale piano del colore. Quanto all'utilizzo degli arenili, mi batterei per il mantenimento delle attuali concessioni demaniali, ma a condizione di ripartirle equamente su tutto il tratto di litorale di competenza comunale, cioè da Foce Verde fino a Rio Martno».

E sul lato opposto, da Capoportiere a Rio Martino?
«Su quel tratto non c'è bisogno di intervenire, se non per redistribuire gli stabilimenti e per mettere la parola fine all'approdo del canale Rio Martino, di cui la comunità locale ha forte necessità, perché anche il diportismo è un segmento importante dell'economia locale che spinge in direzione del rilancio del turismo».

Non teme che la pedonalizzazione della strada Lungomare potrebbe provocare un intasamento del traffico intorno a tutta la Marina?
«Qui ci si affida all'intelligenza degli amministratori. Dovrebbero sapere in anticipo come supplire al cambiamento di prospettiva. Ad esempio, istituire su tutto il lungomare un servizio di navette elettriche, autorizzando ditte private per l'affitto di monopattini, biciclette elettrice e golf car e navette elettriche per facilitare la mobilità dei bagnanti, costituirebbe una opportunità per molti, specie i giovani, per misurarsi sul versante economico e muovere i primi passi da imprenditori. Un po' alla volta, si riuscirebbe a creare diverse specializzazioni che finirebbero per costituire l'ossatura di una nuova economia. Pensate a cosa potrebbero fare dei ragazzi in gommone partendo dagli approdi di Foce Verde o Rio Martino, trasferendo i bagnanti a Torre Astura piuttosto che sulle spiagge della Bufalara, o addirittura sulle isole di Ponza e Palmarola».

E durante la stagione invernale cosa resterebbe da fare per attrarre gente al Lido?
«La destagionalizzazione da noi potrebbe essere quasi automatica, vuoi per il favore delle condizioni climatiche fino a dicembre, vuoi per la presenza del Parco e di Villa Fogliano. Non si può pensare alla Marina senza considerare che si estende lungo un lago affascinante e fruibile per tutto l'anno. Qualcuno ha mai provato a chiedere l'autorizzazione per il noleggio di barchini a remi per consentire alle persone di spostarsi per un'ora sulle acque del lago di Fogliano? Anche quello porterebbe investimenti e occupazione, modesti, ma significativi. Dove c'è fruizione, la destagionalizzazione viene da sé».

Finora abbiamo parlato della Marina senza mai nominare la questione delle Terme di Fogliano.
«Non riesco a capire quanto la città debba aspettare ancora perché l'amministrazione comunale si riappropri di quell'area invece di rincorrere vecchi edifici inutilizzati e senza un piano di riutilizzo. Sui terreni delle terme sarebbe ora di pensare di ricavare un porto interno, come facevano i romani e come hanno imparato a fare molti Paesi europei, a cominciare dalla Francia. Basterebbe cancellare l'ingombro della oscena lingua d'asfalto a ridosso del lago, che arriva fino al piazzale di Capoportiere, e che diventerebbe così il canale di accesso del porto in mare».

Una visione avveniristica?
«Se scavare un canneto per ricavarne un approdo riparato è una visione avveniristica, beh, non saprei. Oltretutto, una volta realizzata un'opera del genere, quella sarebbe la chiave di volta per invertire il corso dello sviluppo non soltanto di un'intera città, ma di tutto il comprensorio circostante».