Una passeggiata sulla spiaggia nel tratto compreso tra Capoportiere e Foceverde può essere una spiacevole esperienza se quello che incontri camminando è esattamente quello che c'è in questi giorni sulla lingua di sabbia compresa tra la strada e la battigia. Lo spettacolo triste non è quello dei detriti e delle alghe che le mareggiate hanno restituito alla terra negli ultimi giorni, ma quello che gli uomini si lasciano dietro di loro dopo una stagione di affari.

Per quello che ne sappiamo, al di là del tanto sbandierato nuovo Pua e delle tanto sbandierate buone intenzioni dell'amministrazione, la regola vigente per gli stabilimenti balneari è quella della rimozione delle strutture a fine stagione, con la sola eccezione delle palizzate infisse sulla sabbia. Il solo esempio di assoluto rispetto di questa prescrizione è rappresentato dalla stabilimento Tulum, che si trova al chilometro 3 della Strada Lungomare, e passandoci davanti, si vede il reticolo ordinato e robusto dei pali che costituiscono la base su cui poggia la struttura balneare vera e propria una volta montata. Il concetto di rimozione di tutti gli altri operatori titolari di uno stabilimento mobile o provvisorio è decisamente molto elastico. Qualcuno ha tolto la «casetta» che ospita il bar e il deposito dei materiali; altri hanno rimosso soltanto una parte della struttura, qualcuno non ha toccato praticamente niente.

Il risultato? Un disordine spaventoso, fatto di macerie, palizzate divelte, depositi di giocattoli e tavolini a cielo aperto, palizzate spezzate dalla furia del mare, esempi di strutture rabberciate su cui è indiscutibilmente pericoloso avventurarsi e per le quali sarebbe salutare un'ispezione anche superficiale ma decisiva da parte dei vigili del fuoco, sempre zelanti in materia di teatri ed altro, ma evidentemente poco propensi alle escursioni al Lido. Chi decisamente non vede o finge di non vedere, è la solita amministrazione competente, quella comunale, che dopo essersi vista rifiutare il compromesso di una destagionalizzazione in cambio di un'offerta di servizi minimi, a cominciare dall'apertura degli stabilimenti nei fine settimana per garantire un caffè e una latrina, tollera l'oltraggio di mancati smontaggi e della più totale incuria dell'area concessionata, sulla quale, visto che il modestissimo canone è annuale, dovrebbe vigere un'attenzione continua e costante da parte dei concessionari che peraltro reclamano la proroga dei titoli.