Il 7 dicembre 1933 il detenuto per «azioni contro i poteri dello Stato», Antonio Gramsci arriva a Formia, dove resterà per due anni. La città non lo ha mai dimenticato ma forse non lo ha mai ricordato abbastanza. Oggi il nostro autore più tradotto al mondo avrebbe compiuto 130 anni e ieri sulla sua lapide posta sull'Appia c'è stata una piccola processione per portare fiori rossi.

«Un carabiniere lo custodisce in camera e altri, sino a venti, vigilano nei corridoi e in giardino... Una volta la settimana, il giovedì, gli è permesso passeggiare nel giardino della clinica. Gramsci non veste la divisa da carcerato perché il dottor Cusumano, su consiglio di Amadeo Bordiga, confida al Prefetto di Littoria la preoccupazione di riflessi negativi sulla clientela della clinica e pertanto ottiene che il prigioniero vesta abiti civili». Questa la testimonianza diretta di Antonietta De Meo, vedova Bordiga, riportata negli atti del convegno che si tenne a Formia il 14 dicembre del 2009, organizzato dai Giovani Democratici e con un titolo che non ha perso di attualità, «Antonio Gramsci nell'Italia di oggi per una riforma morale ed intellettuale». Molte altre volte la città e una certa parte della classe dirigente e intellettuale hanno cercato di far rientrare la figura di Gramsci nell'alveo di un dibattito politico della sinistra, sempre complesso, spesso incompleto. Molti, nel tempo, gli omaggi sinceri, come i fiori di ieri. La dedica più appassionante fu quella di Mariangela Lombardi, una delle figure più carismatiche della Formia più recente: insegnante, donna di una sinistra che adesso è difficile sinanche descrivere, piccola e riservata, ma determinatissima. Da assessore propose e ottenne che fosse installata una lapide in ricordo di Antonio Gramsci. Ma, soprattutto, è sua la più capillare ricostruzione degli anni in cui quel prigioniero politico fu ospite a Formia, come uno dei pazienti della ex clinica Cusumano, oggi diventata una palazzo privato. Una storia che la Lombardi racconta attraverso le interviste a coloro che vissero, conobbero, parlarono con Gramsci. Restandone rapiti per il livello culturale e la cordialità.

Il saluto
«Tre colpi di frusta per salutare il capo del partito: così un vecchio carrettiere salutava ogni giorno Gramsci, rinchiuso nella clinica del dottor Cusumano a Formia - scrive Mariangela Lobardi nel lungo articolo pubblicato da sul numero 34 di ‘Marxismo oggi' Maggio-Luglio 1989 - La clinica di Formia non era assolutamente attrezzata per curare ed assistere un malato tanto grave, perché vi erano solo due medici generici – il dottor Cusumano e il dottor Ruggiero – per una trentina di malati, che tra l'altro, in alcuni periodi, erano molti di più. Anche il personale paramedico era scarso, poco professionale e preparato. Gramsci era sorvegliato da due agenti in borghese muniti di bicicletta, che restavano nella clinica, davanti alla sua stanza, dall'alba al tramonto, e cui davano il cambio altri due per la notte. Inoltre due agenti piantonavano la clinica, due il giardino e una pattuglia della milizia fascista faceva servizio permanente nella stazione ferroviaria, perché la direzione aveva raccomandato una sorveglianza speciale anche nel porto temendo addirittura che Gramsci potesse evadere, con aiuti esterni naturalmente, via mare..... L'inserviente Geltrude Casaregola, l'infermiera Concetta Vellucci e l'appuntato Antonio Zaccariello lo ricordano come un uomo gentile e riservato. Non parlava molto con loro, non faceva grandi discorsi, ma riusciva ad esprimere verso chiunque entrasse a contatto con lui una grande umanità...».

Ecco cosa dice la Casaregola intervistata da Mariangela Lombardi: «Gramsci non mangiava molto, alcuni giorni non toccava cibo. Il pranzo veniva portato ai carabinieri, che poi glielo servivano. A volte io stesso gli portavo il caffè. Era gentile, molto buono, quando mi vedeva mi salutava sempre per primo: ‘Buongiorno Geltrude'. Con me, spesso, c'era mia nipote, una bambina di circa cinque anni, e quando Gramsci ci incontrava si fermava a parlarle: un giorno le dette una canna e le disse che avrebbe potuto metterla a mare e pescare così dei pesciolini. Passeggiava per un paio d'ore con i carabinieri o in giardino o davanti la clinica».

I controllori
Questa è invece la testimonianza dell'appuntato Antonio Zaccariello, uno dei carabinieri incaricati di tenere d'occhio il professore, come loro lo chiamavano con grande rispetto. «... Era gentile con noi: non faceva dei discorsi veri e propri, prolungati, non parlava mai di politica, non accusava il fascismo o qualche altro della sua condizione, non cercava di convincerci alle sue idee politiche. Non era né burbero né violento, era proprio una brava persona, una scienza».

Poi c'è la descrizione di una donna che abitava nello stesso quartiere: «La prima volta che lo vidi, piccolo, gobbo, avvolto in una mantella nera da pastore sardo, tra due poliziotti, rimasi delusa. Mi avevano detto che Gramsci era il capo dei comunisti, un rivoluzionario, e lo avevo immaginato alto, imponente, e non così piccolo, minuto, stanco: però gli occhi erano chiari, vivi, penetranti, ti scavavano dentro. Si capiva, non so dire perché, che era un uomo straordinario».

«Formia, però, viveva con indifferenza la presenza del detenuto Antonio Gramsci: solo poche figure dell'antifascismo sapevano chi fosse il sardo rinchiuso nella clinica Cusumano. - chiosa Mariangela Lombardi nel suo pezzo - La scelta di Formia da parte del regime fascista fu dovuta, probabilmente, proprio a questa diffusa mancanza di politicizzazione, a questa indifferenza della popolazione».

Negli anni a seguire non sempre e non tutti hanno scavato in quegli anni e nell'impatto emotivi e morale che la presenza del professore ebbe su chi frequentava la clinica o comunque su coloro che sapevano di quel paziente così diverso e così speciale. Però sempre e ancora adesso la sinistra del posto si è sentita orgogliosa e al tempo stesso orfana di Antonio Gramsci.