In questi tempi spietati è strano e bello imbattersi in un mestiere in cui per lavorare servono abili mani e in testa l'ossessione del suono. Ancora di più se all'opera c'è un giovane. Marco Pandozzi a 35 anni è uno dei più pochi liutai della provincia. Da quattro anni realizza e ripara strumenti a corda nella sua bottega di via Bottasso, dove ti fanno compagnia violini, ukulele e (parti di) chitarre, ma anche l'odore di colla e legno, la musica che si diffonde da una radiolina e il ticchettio di un metronomo a forma di gatto orientale. Comandano i suoni. Per Marco, laurea in Arte e scienze dello spettacolo, sono stati un richiamo atavico.

«Ho iniziato a suonare la chitarra alle superiori, presto ho avvertito l'esigenza di capire come funzionava quello che suonavo, così mentre studiavo all'università ho trovato la scuola che faceva al caso mio». Un corso professionale finanziato dalla Regione Umbria lo ha portato due anni a Gubbio, dove ha frequentato la "Scuola maestri liutai e archettai". Qui Marco ha scoperto la strana arte del liutaio, un po' falegname, un po' elettricista, un po' verniciatore e un po' accordatore e musicista. Ma dallo studio a farne un lavoro, ce ne passa. «Non ti nascondo che è dura. Siamo a Terracina, una piccola realtà, ma mai si comincia a dare un servizio, mai ci si mette alla prova. È il classico caso del pensare locale e agire globale. Grazie alla tecnologia si comunica con chiunque, io realizzo strumenti ex novo ma faccio anche riparazioni e restauri. Cerco di costruire piano piano». Una filosofia di vita. Di liutai in giro non ce ne sono molti e non è una bella notizia. «Nemmeno a voler essere egoisti se ne può gioire. È un cattivo segno, come per tutto l'artigianato. Per noi sarà importante capire il futuro. Oggi si parla molto di artigiani digitali, bisogna tenerlo presente anche se non sempre è facile, perché ci vogliono investimenti».

E il rapporto coi giovani? «Un artigiano secondo me ha il dovere di parlare ai giovani. Ho fatto delle proposte alle scuole, ma l'accoglienza devo dire è stata tiepida. Eppure si tratta di momenti importanti per sviluppare le proprie inclinazioni e per spiegare che l'artigiano non è un personaggio romantico o del passato, ma vive nel presente, nel mercato, ha a che fare con la propria passione ma anche con il lavoro». La pandemia non ha agevolato. «Si è bloccato il lavoro. Le lezioni delle scuole di musica, i concerti, gli studi: le piccole realtà di provincia spesso sono costrette a chiudere, far quadrare i conti è difficile. Quando tutto ripartirà forse sarà il caso di ragionare di più sul fare squadra attorno alla filiera della musica, mettere insieme tante realtà che oggi vivono scollate». Fiere ed esposizioni ci sono, ma sono poche. «Per cose di settore bisogna andare a Perugia, Cremona. Qui c'è Roma, con i Conservatori, ma poco altro.

E' una cosa a cui vorrei dedicarmi non appena sarà possibile. Anche qui, servono tempo e denaro». Aiuti dagli enti pubblici? «Potrebbero fare di più per finanziare fiere di settore. C'è bisogno di appuntamenti fissi dedicati a un pubblico specifico. Aiuterebbe anche il turismo. Luoghi in cui la domanda incontri l'offerta. La nostra generazione di artigiani è travolta dalla rivoluzione tecnologica. Chiariamoci: è un fenomeno positivo, ma lo è anche il rapporto diretto: ricordi Franco "Vinile" per i dischi? Andavi, ascoltavi, ordinavi. Oggi chi c'è il forum? Non può bastare».