Il caso è di portata nazionale ed è l'ennesimo grido di allarme lanciato dalle strutture sportive al Governo in questi due anni disastrosi dovuti alla pandemia. Come se non bastasse il coronavirus, infatti, è arrivata la batosta del caro bollette che ha colpito in modo particolare le piscine. Con enormi quantità di acqua da riscaldare, i costi vivi di queste strutture sono lievitate, come vedremo, addirittura in modo esponenziale rispetto all'anno scorso. A Roma le piscine hanno fatto cartello e hanno scritto al Premier Mario Draghi e al ministro dello Sport Vincenzo Spadafora. Il loro è un grido di allarme per avere ristori adeguati all'emorragia che stanno subendo dal punto di vista delle spese che sono cresciute, in controtendenza rispetto agli introiti che sono invece calati in modo drastico.
E la provincia di Latina non fa certo differenza, così come ci racconta la testimonianza diretta di uno dei gestori di una struttura natatoria della provincia di Latina che già ad ottobre si è visto arrivare una prima salassata in bolletta: «Il conto è semplice - ha spiegato - rispetto all'anno scorso, tra l'altro il mese di ottobre che era stato l'ultimo in cui ci avevano lasciati aperti, l'utenza di luce e gas è esattamente triplicata».
Un rincaro del 300%, insomma, che lascia poco sperare per il futuro: «Con il passaggio al mercato libero - continua il gestore - il gas ora subisce le variazioni di prezzo come l'oro, cioè è indicizzato in base al prezzo di acquisto. Dunque non è che la soluzione sia così facile, ma allo stesso tempo siamo noi a pagarne le conseguenze».
Parlando con qualche numero alla mano, una piscina come quella in questione, al coperto e di 25 metri, porta un carico di circa 700mila litri, che vanno riscaldati soprattutto nei mesi invernali. Insomma, il peggio deve ancora venire in bolletta: «Sì perché stiamo parlando di un mese, quello di ottobre, che sia nel 2020 che nel 2021 è stato clemente dal punto di vista delle temperature».
Riscaldare una vasca ogni giorno per un mese arrivava a costare circa 2000 euro, adesso invece si è arrivati a oltre 7000. Il tutto, come detto, a fronte di un calo delle iscrizioni: «Abbiamo subito una diminuzione del 60% delle adesioni ai nostri corsi che coinvolgono per lo più i ragazzi. Il covid ci ha stroncato e la gestione dei ristori non è stata adeguata. Nel senso che a mio avviso dovevano essere erogati a seconda del numero di iscritti e delle reali perdite che ha subito una società sportiva».
In tanti su questi numeri ci hanno marciato, altri invece hanno dovuto subire la gestione di un momento oggettivamente complicato: «Le misure adottate da Draghi di abbassare le aliquote iva ci vengono in soccorso, ma forse non basterà. Onestamente proprio in questi giorni mi sto riunendo attorno ad un tavolo con i miei collaboratori per tirare le somme e valutare se vale la pena andare avanti. Anche perché, vista la situazione attuale, non si vede molta luce in fondo al tunnel. Molti hanno ancora paura, altri hanno difficoltà economiche e hanno virato su attività a costo zero. Ma questo calo dello sport, anche qui da noi, è sicuramente un fattore la cui causa va ricercata in radici più profonde e in tempi ben lontani rispetto al covid. Certo è che questo maledetto virus ci ha dato una bella mazzata».
La soluzione? Servirebbero aiuti dall'alto, dal Governo, ma anche investimenti a medio e lungo termine per acquistare impianti fotovoltaici per la produzione di energia elettrica, in grado di ridurre la spesa energetica. Per spendere, però, una società deve essere sicura di avere quell'impianto in gestione per anni. E qui entrano in gioco le amministrazioni comunali e regionali, molto spesso proprietarie delle strutture. Intanto però la situazione si fa drammatica, soprattutto per le tante strutture private che anche durante la chiusura hanno dovuto pagare gli affitti, le utenze e le banche.