Un impianto "spento", che guardandolo da fuori sembra immobile e immutabile, come se al suo interno non accadesse nulla. Ma come si suol dire, spesso le apparenze ingannano: la centrale nucleare di Latina si muove, oltretutto a velocità sostenuta, in direzione di un processo di trasformazione che la sta accompagnando verso il suo smantellamento definitivo. Ed è proprio per raccontare tutto ciò che sta accadendo all'interno del sito di Borgo Sabotino che la Sogin, società pubblica responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari italiani e della gestione e messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi, ieri ha aperto le sue porte al sindaco Damiano Coletta e alla stampa, per traccaire un bilancio delle operazioni rientranti nel programma di decommissioning.

Insomma, a che punto siamo? «Procediamo rispettando i cronoprogrammi» ha spiegato il responsabile Sogin per la disattivazione della centrale di Latina, Augusto Rivieccio, sottolineando come la struttura raggiungerà il cosiddetto "brown field" nel 2027.
Dal 1999 (anno di istituzione di Sogin) al 2020, Sogin aveva smantellato il 28,3% della centrale nucleare: a questa percentuale si aggiunge un ulteriore 17,5%, incremento ottenuto soltanto negli ultimi due anni.

Ma oltre agli obiettivi generali, l'incontro di ieri ha acceso i riflettori su un procedimento in particolare, ossia le operazioni di estrazione e condizionamento dei fanghi radioattivi, che sono giunte al termine. Come illustrato dalla responsabile del trattamento rifiuti di Sogin, Romina Quintiliani, l'attività è stata svolta attraverso l'impianto Leco (Latina Estrazione Condizionamento), «appositamente progettato e realizzato da Sogin per estrarre e condizionare in matrice cementizia circa 15 metri cubi di fanghi radioattivi che erano stoccati in un serbatoio interrato in acciaio inox».

Le operazioni (estrazione, trasferimento e condizionamento in matrice cementizia dei fanghi) sono iniziate lo scorso 24 novembre e si concluse nei tempi programmati: sono state tutte svolte dai tecnici di Sogin in remoto attraverso una sala controllo dedicata. I circa 70 manufatti prodotti dall'attività di estrazione e condizionamento di questi fanghi sono stati trasferiti nel deposito temporaneo della centrale, in vista del loro successivo trasferimento al Deposito Nazionale quando sarà disponibile.

Infine, al termine delle operazioni, l'edificio di estrazione dell'impianto Leco e il serbatoio interrato saranno bonificati e demoliti. Per quanto riguarda l'impianto di condizionamento, si procederà ad un suo nuovo utilizzo per condizionare i rifiuti radioattivi che saranno prodotti nella fase due di disattivazione della centrale, che sarà avviata con la disponibilità del Deposito Nazionale, per poi essere anch'esso demolito.

«Questa soluzione ingegneristica ha garantito la massima sicurezza nello svolgimento dei lavori e di ridurre al minimo la quantità di rifiuti radioattivi prodotti nel rispetto della strategia di economia circolare di Sogin, senza produrre alcun impatto sull'ambiente».
Nel complesso, la procedura di smantellamento della centrale produrrà circa 320mila tonnellate di materiali: di queste, 297mila tonnellate, per la maggior parte composte da metalli e calcestruzzo, saranno inviate a recupero.