Dalle esternazioni del ministro Giorgetti alla decisione del governo di rivedere l'impianto del Superbonus per l'edilizia, l'immagine offerta degli interventi del cosiddetto 110% risulta capovolta rispetto alla prospettiva che ne aveva salutato l'introduzione. Potrebbe trattarsi di una mossa politica strategica del governo Meloni per fare propria, rivisitandola, una misura a suo tempo sostenuta dal M5S, ma è presto per capire se è effettivamente di questo che si tratta oppure se il Superbonus avrà vita difficile, e breve.

Presidente Palluzzi, l'idea di ridurre dal 110 al 90% la quota di copertura degli interventi per l'efficientamento energetico del patrimonio immobiliare privato ha una logica o è un pericolo per un settore che grazie al Superbonus è tornato a decollare?
«Oltre che un pericolo è una minaccia, e più della mia opinione valgono i numeri. Il premier Giorgia Meloni parte dalla considerazione che per il Superbonus l'Italia ha impegnato 60 miliardi di euro, ma in bilancio ne sono stati appostati soltanto 22, il che significa che siamo sotto di 38 miliardi e questo imporrebbe di correre ai ripari. Ma se su questo investimento è pacifico che tra Iva diretta, contributi e tasse rientrerà allo Stato il 47% del budget, vuol dire che dei 60 miliardi di investimenti previsti, all'incirca trenta torneranno nelle casse statali. Questo vuol dire che non siamo sotto di 38 miliardi, ma eventualmente soltanto di 8 miliardi. E se come stabilito si tratta di somme la cui copertura è prevista in cinque anni, siamo di fronte all'impegno di dover coprire 1,5 miliardi l'anno».

Se il conto della spesa è questo, nudo e crudo, c'è da ritenere che considerando l'indotto che gravita attorno al pianeta dell'edilizia quegli 8 miliardi di disavanzo potrebbero essere sepolti da vantaggi economicamente superiori.
«Già, l'indotto di cui pochi parlano. Tradotto vuol dire maggiore capacità di spesa dei lavoratori del settore edile; forte ridimensionamento del livello di disoccupazione, diminuzione degli oneri per gli ammortizzatori sociali. Basti dire che negli ultimi due anni in Italia hanno fatto il loro ingresso nel settore dell'edilizia 250 mila persone che prima non c'erano; qualcuno ha provato a fare il conto di cosa significhi, a una media di mille euro/mese a persona, cancellare la voce degli ammortizzatori sociali per 250.000 persone? Parliamo di 250 milioni al mese, che fanno 3 miliardi di euro l'anno. A voler essere pignoli, di quegli 8 miliardi di cui stavamo parlando, dopo due anni di Superbonus ne resterebbero soltanto 2».

L'argomentazione madre del ministro Giorgetti è stata quella dell'indubbio vantaggio tratto dai proprietari privati che hanno potuto ristrutturare la casa gratuitamente.
«E' un fatto. Ma al ministro Giorgetti non può essere sfuggito che nel 2021 il Pil è cresciuto in Italia del 6,7%, mentre l'anno precedente era attestato sullo 0,1%. La media europea del 2019 era dell'1,2% e nel 2021 è salita al 4,2%, con 3 punti in più. Ci vogliamo chiedere come ha fatto l'Italia a salire fino al 6,7%? All'inizio del 2022 le previsioni Istat attribuivano all'Italia una crescita dello 0,5%, e invece a fine ottobre eravamo già al 3,9% e chiuderemo l'anno verosimilmente oltre il 4%».

Lei sta cercando di dire che a spingere il Paese è stata l'edilizia riattivata dal Superbonus?
«Non sto cercando di dirlo, lo affermo. L'edilizia è l'unico settore economico capace di trainare tutti gli altri settori; chiunque si domandi quale universo si muova attorno a un cantiere edile, può rispondersi da solo. E non esito a dire che con il Superbonus è finito anche il lavoro nero nei cantieri. Fino a poco tempo fa la massa salari lorda registrata dalla Cassa Edile nazionale era di 42 miliardi, oggi siamo a 80 miliardi».

E del sistema delle truffe costruito attorno al Superbonus non parliamo?
«Se lei conosce un settore dell'agire nazionale che vada esente da truffe e sistemi capaci di aggirare le norme, me lo dica. A mia volta, non voglio aggirare la domanda né minimizzare dicendo che si tratta di dinamiche fisiologiche, ma certo un pugno di malfattori non può bastare per mettere in discussione la validità e gli effetti di un provvedimento dei cui risultati abbiamo appena parlato con il sostegno dei numeri».

La sua difesa del Superbonus è totale. In che misura è anche una difesa corporativa?
«La legge sul Superbonus nasce con l'intento di migliorare lo stato di conservazione del patrimonio immobiliare, e col 10% si passa da una classe energetica da fanalino di coda (E - F - G) alla classe di punta, A, a volte con salti di cinque categorie. In una casa sottoposta ad efficientamento energetico si vive meglio, si risparmia energia, si spende meno. Ci sono stati progetti di legge che volevano inibire la possibilità di compravendita per gli immobili di classe E, ma non si può fare per un semplice motivo: la maggior parte degli immobili italiani si trova in quella classe energetica, e adesso, per la prima volta, ci troviamo finalmente di fronte a una misura che ha il pregio di affrontare questo problema e di risolverlo, se ci sarà consentito di proseguire oltre. Le sembra materia che abbia bisogno di difese corporative? Per me no davvero».

E' probabile che il Superbonus non verrà cancellato, ma non sarà più lo stesso.
«Passare dal 110 al 90%, con l'intento di responsabilizzare i proprietari degli immobili trasformandoli nei controllori dei prezzi dei lavori, ci può stare. Purché si faccia attenzione a non intervenire sugli iter già in corso, perché soltanto chi è passato attraverso le maglie di una pratica del genere sa cosa voglia dire imbarcarsi in un Superbonus. E cambiare le carte in corsa è un problema, non soltanto burocratico, ma ritengo anche etico».