La Corte di Appello di Roma conferma la revoca del decreto ingiuntivo promosso dalla Stradaioli Costruzioni Generali per i lavori in via Gorgona mai pagati dal Comune di Aprilia. Per l'amministrazione comunale si tratta però di una "vittoria a metà", visto che la sentenza 7577 del 24 novembre 2022 spiega che l'appellante ha quantomeno diritto al rimborso delle spese sostenute per i lavori. La quarta sezione civile, presieduta dal giudice Giovanni Buonomo, ha rigettato l'appello della società contro la sentenza 488 del 2020 del Tribunale di Latina, che aveva annullato l'atto ingiuntivo per ottenere dall'Ente di piazza Roma un indennizzo di 80 mila euro. A tanto ammonta infatti il "conto" presentato al Comune dalla Stradaioli Costruzioni Generali per i lavori di ampliamento di via Gorgona e dello svincolo sulla strada provinciale via Cinque Archi, lavori richiesti dall'Ente con l'ordinanza sindacale n. 68 del 10 marzo 2015 al fine di prevenire sinistri stradali. Successivamente però l'ordinanza firmata dal sindaco Antonio Terra e la delibera di Consiglio comunale n. 49 del 2014 vennero annullate dal Tar del Lazio, portando il Comune di Aprilia a dichiarare in autotutela la nullità della delibera di Consiglio n. 250 del 2016, atto con il quale la maggioranza aveva approvato gli atti contabili e il quadro economico.
Nella sentenza di primo grado il Tribunale ha sottolineato che: «stante la caducazione della delibera 250/2016 non vi è alcune riconoscimento del debito» e che: «la società ha esperito l'azione di arricchimento senza causa contro il Comune di Aprilia, potendo invece far valere il credito azionato nel giudizio monitorio nei confronti del funzionario pubblico, stante la costituzione dell'obbligazione a causa del riconoscimento di spesa adottato in violazione dell'articolo 191 del Tuel».
Per questo due anni fa l'opposizione del Comune è stata accolta portando alla revoca del decreto ingiuntivo, contro quel dispositivo tuttavia la società ha presentato appello contestando le motivazioni espresse dal giudice. Ma la quarta sezione civile Corta Suprema ha ritenuto infondato il ricorso, evidenziando però come il pagamento andasse richiesto solo per i costi di produzione e non per il margine di profitto. «Se è vero dunque - spiegano i giudici - che i lavori in questione, ancorché eseguiti in spregio a ogni legittima procedura amministrativa e in base a un provvedimento annullato dal Tar del Lazio, non possono essere gratuitamente acquisiti a patrimonio dell'Ente, come sostiene l'appellante, è anche vero che all'appaltatore spetta non già il pagamento dell'intero corrispettivo pattuito, ma solo la liquidazione delle spese relative alle parti dei lavori realizzati. E avendo l'impresa richiesto il pagamento dell'intero corrispettivo, senza distinguere le spese dagli utili, va confermata la sentenza impugnata nella parte in cui ha accolto l'opposizione e revocato il decreto».
Inoltre la Corte di Appello sottolinea che la Consulta, alla luce della stabilità delle norme sulla spesa pubblica, ha riconosciuto che: «Il funzionario possa esercitare l'azione di indebito arricchimento verso la pubblica amministrazione e, di conseguenza, il privato agire contro la pubblica amministrazione, surrogandosi al funzionario inerte, suo debitore, quando il patrimonio di quello non dia sufficienti garanzie».
Ma la battaglia legale non appare terminata visto che l'impresa, condannata a rimborsare al Comune le spese di secondo grado (9 mila euro), tramite l'avvocato Michele Volpe ha annunciato l'intenzione di presentare in ricorso in Cassazione.