L'ex sindaco di Roccagorga Nancy Piccaro non ci sta a fare da bersaglio per gli attacchi di un suo predecessore e di alcuni ex consiglieri comunali della sua stessa amministrazione. Il caso Karibù attrae le critiche come il miele per le api, ma l'ex sindaco rivendica il merito di aver messo la parola fine a un servizio di accoglienza che di accogliente aveva davvero poco. Avrà ragione lei, Nancy Piccaro?

Lei si insedia in Comune, da sindaco, alla fine di maggio 2019 e in quel momento la cooperativa Karibù è una specie di istituzione anche a Roccagorga. Intoccabili anche per lei?
«Siamo cittadini di Roccagorga e dunque qualcosa che non andava nel sistema di accoglienza dei migranti lo avevamo notato anche dall'esterno, perciò quando ci siamo insediati, non volevamo arrecare disagi né ai soggetti accolti né ai lavoratori della Karibù, anche per avere il tempo materiale di verificare in modo più accurato la situazione in cui versava quel particolare settore. Peraltro, un mese dopo l'insediamento, arrivò una comunicazione del Ministero dell'Interno in cui si proponeva agli enti ospitanti progetti di accoglienza di compilare un format con dichiarazione di intenti, assolutamente non vincolante, per la prosecuzione dei progetti in essere, in attesa di un Decreto ministeriale che sarebbe arrivato, stando a quella nota, di lì a poco».

Voi avete aderito a quell'invito?
«Sì ritenemmo opportuno farlo, e debbo dire che in quel momento, eravamo a giugno 2019, non vi erano ragioni particolari per fare diversamente. Successivamente chiedemmo il dimezzamento del numero dei soggetti accolti, per motivi di ordine pubblico, dal momento che si andavano registrando episodi di turbolenza provocati dal sovraffollamento degli alloggi deputati al servizio di accoglienza».

Dunque anche a voi sembrava che fosse tutto a posto, comunque una situazione sostenibile.
«Inzialmente sì, e tenga conto che quello dell'accoglienza dei migranti era un servizio che si protraeva anche da noi ormai da diversi anni, Inoltre c'era la presenza del Ministero dell'Interno che ci induceva a valutare tutto con cautela. C'è inoltre da considerare che a dicembre 2019, fu emanato il decreto ministeriale che autorizzava gli enti locali alla prosecuzione dei servizi di accoglienza fino al 30 giugno 2020. A quel provvedimento, sei mesi più tardi, se ne aggiunse un altro: eravamo in piena pandemia e i servizi venivano prorogati fino al 31 dicembre 2020. Non c'era granché da decidere».

Poi cosa vi ha indotto a rompere gli indugi e mettere fine al rapporto con Karibù?
«Intanto avevamo avuto tutto il tempo di toccare con mano la situazione e renderci conto che quel sistema di accoglienza non corrispondeva a quello che avrebbe dovuto essere, cioè un servizio reso a persone fragili, ma che era fin troppo esposto a profili di sfruttamento degli ospiti e degli stessi operatori della cooperativa che dovevano prestare l'assistenza. Quindi, non avendo più ricevuto disposizioni dal Ministero per eventuali ulteriori proroghe, la nostra amministrazione decise di dire basta».

Quindi da un giorno all'altro avete posto fine al servizio di accoglienza ai migranti?
«No, anzi. La Karibù era stata avvisata per tempo della nostra intenzione a non proseguire la collaborazione con i servizi da loro prestati e quindi la cooperativa aveva avuto il tempo di programmare altre soluzioni. Siamo sempre stati determinati nel non voler aggiungere disagio a persone già in difficoltà e che vedevamo trattate in modo non eccellente; peraltro ci trovavamo in emergenza Covid».