E' a Latina da un paio d'anni, ma si muove e parla come se fosse uno del posto. Osservare e cercare di comprendere alla svelta quello che si ha attorno fa parte della missione di qualsiasi prefetto, ma per Maurizio Falco il lavoro di studio e analisi delle dinamiche del territorio sembra un esercizio che lo appassiona.


Che dice Eccellenza, siamo una comunità a posto?
«La forza c'è, il motore anche. Direi che serve chi sappia guidare la macchina. Ma non è questione dell'uomo giusto, né dell'uomo solo al comando. Qui da voi servono sintonia, capacità di confronto, consapevolezza».
Anche Lei convinto che a questa provincia manchino senso di appartenenza e radici culturali omogenee?
«Non è una questione di convinzioni personali, questa provincia è nata ieri e chiederle qualcosa di più di quanto non sia stata già in grado di offrire sarebbe una forzatura. Sono convinto che la vostra sia una provincia speciale, con grandi potenzialità. Quello che serve adesso è una ripulitura sostanziale delle zone opache; bisogna riaccompagnare le persone nel percorso di reingresso nelle forme della legalità, anche dal punto di vista strettamente culturale».
Trova che noi pontini siamo compromessi sul versante della legalità?
«No, non lo penso. Ma vedo che questa provincia risente di una narrazione troppo esposta in chiave negativa, e sono convinto che la comunità pontina non lo meriti, perché la gente che ho conosciuto e che continuo ad incontrare su questo territorio è gente perbene e con un grande senso del dovere e del rispetto del prossimo».
Però le cronache ci scoprono sempre con le dita nel barattolo della marmellata.
«Bisogna ammettere che la collocazione geografica non vi è favorevole, nel senso che vi espone a influenze di ogni genere, però non ci dobbiamo fossilizzare sulle cronache, è necessario analizzare anche la grande capacità di resistenza delle gente pontina».
Cosa vuol dire? Siamo esposti all'influenza delle cosiddette cattive compagnie oppure siamo una comunità che resiste all'assedio di forze negative?
«Quello che cerco di descrivere è lo scenario di una sfida costante di questo territorio, il cui vero motore è l'orgoglio di comunità, il vero carburante della vostra resistenza. E l'orgoglio non va mai mortificato. E' per questo che cerco di essere il più vicino possibile a tutta la gente di questo territorio grande e complesso».
E dal punto di vista economico-produttivo Le sembra che noi si abbia i numeri in regola?
«Ci sono aziende da difendere, ma soprattutto dobbiamo impegnarci affinché le realtà produttive migliori non debbano correre il rischio di essere fagocitate da fuori. Anche su questo fronte è importante fare sistema, e la provincia di Latina ha un estremo bisogno di un brand che le consenta di essere immediatamente riconoscibile e che la collochi definitivamente e a ragion veduta nel ruolo di seconda città del Lazio».
Più facile a dirsi che a farsi; qui non abbiamo nemmeno le strade necessarie per spostarci e per far viaggiare le merci.
«Quello delle infrastrutture è effettivamente uno dei grandi problemi di questa provincia, e ritengo che uno dei modi di reagire per superare l'ostacolo sia quello di smetterla di dire sempre no a qualsiasi tipo di iniziativa. E' ora di mettersi in gioco, di rischiare e confrontarsi. Chi dice no, deve motivarne la ragione. Non si rinuncia allo sviluppo. Il mondo corre e non si può né si deve rimanere indietro».
Non crede ci sia una corrente di pensiero, anche forte, che rema in direzione contraria a quello che Lei sta dicendo?
«Ci sono frizioni, soprattutto quelle ideologiche, che vanno superate perché non hanno più alcuna ragion d'essere. Questo territorio ha un potenziale economico formidabile, che va valorizzato proprio a partire dall'abbattimento di preconcetti e prese di posizione ormai superate, anche se sono dure a morire».
Oltre al vizio di dire sempre di no, c'è anche il conformismo di segno opposto che lascia correre tutto quello che proviene dall'area culturale più in voga in un determinato momento storico. Un po' quello che è successo con la vicenda dell'accoglienza, i cui sistemi di gestione privata fino a ieri non potevano in alcun modo essere messi in discussione, perché in linea con il pensiero dominante.
«Cerchiamo di prendere quello che c'è di buono nella lezione di questi ultimi accadimenti che ci hanno colpito da vicino. Oggi sappiamo con certezza che il rilancio dell'accoglienza si fonda sulla professionalizzazione delle cooperative chiamate a operare nel settore e che d'ora in poi dovranno essere in grado di rispondere contemporaneamente alla domanda di assistenza, di mediazione e di orientamento. E per vincere la sfida bisogna anche verificare costantemente i livelli dell'apprendimento della lingua, perché è da lì che parte l'integrazione vera».
Lo choc della vicenda Karibù può dirsi superato?
«Quello che importa adesso è restituire dignità agli operatori sociali colpiti da questa vicenda, restituire loro quello che devono avere e soprattutto trasformare la loro precarietà in professionalità. Sarà una transizione lenta, ma va fatta e accompagnata dalle istituzioni».
Ce la farete a rioccupare le decine di operatori di Karibù e Aid rimasti senza lavoro?

«Stiamo già lavorando in questa direzione. Siamo convinti che il terzo settore non possa essere aggressivo nei profitti, ma debba investire su se stesso, professionalizzando e garantendo la dignità dell'accoglienza fissando degli standard minimi sotto i quali non si può scendere».
Lo ha detto Lei, sarà un processo lungo.
«Ne sono convinto. Ma non cediamo all'ossessione dell'eccellenza, perché rischiamo di dimenticare i livelli medi e minimi del nostro agire. Dobbiamo crescere, e per farlo bisogna partire da dove si è, con la consapevolezza che il bene della comunità è favorito dalla tessitura costante del giusto rapporto tra le istituzioni. Latina sta facendo passi importanti; questa provincia si è già risvegliata e riuscirà a fare quello che deve, perché è quello che la sua gente vuole e merita».