Dagli speleologi esperti è considerata una grotta "didattica", accessibile, ma a suo modo rappresenta il ventre del Monte Sant'Angelo, volgarmente noto come Monte Giove. Sulle sue pareti di calcare, ancora sono scalfite le date di visite avvenute secoli fa. Segno che la Grotta della Sabina, scoperta ufficialmente da un minatore nel 1841, proprio per il suo accesso facile, testiminia presenza umana da sempre.

Come quella di Katia Ricci, speleologa per passione, da appena sei mesi, impiegata in un supermercato. Ci è arrivata da Nettuno, con un gruppo più esperto. Un'esperienza che le è piaciuta al punto da inviarci le sue foto: «A me ha impressionato molto» ha raccontato «è la prima volta che visito grotte in questa zona, nonostante sia di facile accesso, è pulita, priva di segni di degrado dovuti alla presenza umana, come invece capita di trovare altrove. È di una bellezza impressionante». Tra le grotte accessibili il problema degrado esiste. E la presenza di speleologi ed esploratori rappresenta un deterrente non da poco. Sono sentinelle. E fa ben sperare, che tra questi ci sia una giovane.

Katia non può saperlo, ma a Terracina c'è una gloriosa tradizione speleologica. Tra i suoi testimoni, Angelo Del Duca, conosciutissimo in città. Lui è stato nello storico Gruppo Speleologico Anxur, l'unico forse ad aver esplorato tutte le grotte terracinesi. «È una grotta facile, didattica», spiega parlando della Sabina. «Dentro c'è una corda da circa 30 anni, è una corda da paranza messa chissà da chi e usata per scendere. Consente di calarsi fino a un certo punto. Sembra la fine, ma poi è possibile proseguire, solo che ci vuole preparazione e sangue freddo». Il testo "Le grotte del Lazio" descrive la galleria come «meandreggiante che si allarga in vari ambienti laterali di interstrato, scendendo con una serie di gradoni che seguono l'andamento delle bancate calcaree». Circa 75 metri di profondità. «Tra le più belle c'è la Grotta di San Silviano, altrimenti detta Grotta del Fico», aggiunge Del Duca, che dai bacini di Campo Soriano e Campo Cafolla alle "Chiaviche" di Zi Checca, da 110 metri e 120 metri di profondità, ne menziona diverse.

«Con Giovanni Spezzaferro, Mino Tramonti, Franco Guadagnoli e Ruggero Bottiglia le abbiamo girate tutte», conferma. La passione per la montagna si è palesata di nuovo in città con la nascita di un'associazione, gli "Svalvolati into the wild". Scalano e percorrono i dorsi, ma una capatina dentro la Sabina l'hanno fatta. Tutti cominciano dalla Sabina. E chissà che non torni quell'euforia. Di scendere, come fa Katia, nelle viscere della terra.