Tutti dicono che Latina Mare è brutta: "Quella sfilza multicolore di palazzine informi che da Capoportiere vanno fino a Foceverde fa schifo". Non so. Pure a me il senso unico istituito sul Lungomare non piace, e non piace soprattutto la sistemazione data alla strada. Dio perdoni, se può, i sindaci Zaccheo, Di Giorgi e l'architetto Portoghesi – che a suo tempo hanno ideato e compiuto questo oltraggio – e il sindaco Coletta che lo mantiene; e lo stesso dicasi per la Ztl in Centro.
L'estetica complessiva di Latina Mare è però un altro paio di maniche. Serse, Lupo ed io (ma pure tutti gli altri della nostra generazione, a Latina) quel lungomare lo abbiamo battuto avanti e indietro a piedi, nel '68, d'estate, di sera, indefessamente per ore e ore, a tentare d'abbordare – con scarso esito peraltro, generalmente – qualche ragazza. Giusto ogni tanto ci arrise la fortuna. Ma eravamo un'orda, un esercito: migliaia e migliaia di ragazzi e ragazze su quel marciapiede – quello stretto di destra, venendo da Capoportiere – ad ammucchiarci, intruppare e ruminare come branchi di vitelli, sotto l'eco dei jukebox che dai camping rimandavano: "Il problema più importante, per noi", Celentano, "è di avere una ragazza, di sera". Vuoi che non sembrasse bella, a noi, Latina Mare? Ancora adesso, quando ci ripasso in macchina, al più piccolo ricordo mi pare bellissima.
Ci era però comunque parsa a tutti quanti bella, quando l'avevamo costruita tra la fine degli anni cinquanta e i primi sessanta. Ed è bene rammentare che – bella o brutta che sia – ce la siamo costruita noi latinensi, non è che ce l'abbia fatta qualcun altro. Dice: "No, sono stati gli impresari speculatori". Beato te! Io mi ricordo – e nessuno lo può negare – che appena si dava inizio ad una nuova costruzione, tutti quanti dicevamo a Latina, grandi e piccoli: "Ammazza, ahò, come stiamo a crescere: mo' pure Latina Mare!" Dice: "Sì, ma venivamo dalla guerra e dalla fame. Chissà che ci pareva, allora. Ma adesso è tutta un'altra cosa, un altro gusto". Sono d'accordo: la nostra è oggettivamente una Marina da parvenu, da pidocchi rifatti come tutto il resto della città postbellica d'altronde, sia quella democristiana che quella pontino-babilonese venuta poi; anche se la gente faceva a cazzotti per comprarsi gli appartamenti dentro i palazzi di Nasso, coi portali fatti a cappello di Assurbanipal. Oggi però la Marina almeno di Latina si può salvare, non ci vuole niente per farla diventare bella: basta come un colpo di bacchetta magica una sola mano di vernice. Una bella mano di bianco dappertutto.
È sufficiente che il Comune ordini da subito a tutti i proprietari di tinteggiare entro un certo lasso di tempo – massimo dieci anni – tutti gli esterni di bianco, cortine di mattoni comprese. Il bianco è per definizione il colore della "mediterraneità" e tu così – dal non-luogo coacervico di adesso – arrivi ipso facto ad un effetto tipo Capri, o Ostuni, Otranto, Sperlonga. Unificando infatti la cosiddetta "quinta" ottieni fin da lontano una massa compatta d'un solo colore, che annulla ed assorbe in sé ogni singola anomalia compositiva ed ogni distonia formale. Il caos si ricompone – direbbero gli antichi – in un unicum monocromatico e Latina Mare diventa così un insieme esteticamente godibile, in cui la percezione del tutto precede e fa a meno della percezione delle singole parti. È il "pensiero selvaggio" di Claude Lévi-Strauss, ma tu avevi un letamaio e ti ritrovi un fiore; senza peraltro spendere nemmeno un euro pubblico. Giusto quelli per i manifesti da attaccare davanti ai palazzi, con l'ordine ai proprietari di imbiancare.
Dice: "Sì, ma li spendono i proprietari". Però gli si apprezzano gli immobili: più bella infatti è la località, più alti possono essere gli affitti, senza considerare che in ogni caso – per la salsedine – ogni dieci o quindici anni debbono sempre rifarli comunque gli esterni. Stavolta vuol dire che li rifanno bianchi. Tutto qua.
Bellezza per bellezza, però, a me quel Lungomare fatemelo godere tranquillamente in macchina avanti e indietro, a doppio senso di circolazione. Non me lo fate fare a piedi, per piacere. Mica debbo più rimorchiare.

(a.p. – gennaio 2005-2019)