Quando ce la racconta sembra che non abbia fatto nulla di particolare. Anzi, ci dice subito: «Niente nome, niente foto. Non mi va di fare selfie». Insomma, la storia che ci racconta M.S., noto professionista terracinese, sulla cinquantina, piacerebbe a tutti ma comincia con la discrezione di chi fa del bene senza clamori. Anche se meriterebbe 90 minuti di applausi. Se Benjiamin, giovane di 28 anni di origini tedesche una ventina di giorni fa è tornato a casa sua, a Friburgo dopo due anni trascorsi in strada, lo deve a lui. A questo terracinese appassionato di sport da spiaggia, padre di una ragazza e marito premuroso, che dopo averlo raccolto sul lungomare di Terracina denutrito, impaurito, sporco e diffidente, lo ha accolto, ospitato, ripulito per sei mesi. Sei lunghi mesi di tira e molla, di euforia e sconforto, in cui è nato un rapporto di fiducia.

Tutto comincia ad ottobre scorso: «Era una serata piovosa e io come ogni sera sono uscito a fare footing. Giunto sul lungomare ho visto questo ragazzo, era sotto l'acqua. Mi si è infilato un tarlo nella testa e la notte non ho dormito». Il giorno dopo ci è tornato, era ancora lì. E ha iniziato a parlargli. «L'ho convinto a seguirmi». Da quel momento M. e Benny sono inseparabili. «Per prima cosa l'ho portato al mercato del giovedì. Avevo tutti gli occhi addosso ma non mi interessava. Gli ho comprato dei panni, altri li ho rimediati alla Caritas. Lui non li ha rifiutati ma non mi ha mai permesso di buttare i suoi, sporchi all'inverosimile, maleodoranti. Le sue cose non le ho potute mai toccare». M. viene a sapere che Benny vaga per l'Europa da due anni. Ma niente di più. Della storia di questo ragazzo che vive solo il presente e sembra voler rimanere nel suo mondo, non si sa nulla. E nulla lui racconta. Un buio su cui M. prova a far luce. Mentre lo aiuta e lo ospita in una stanza del suo ufficio, un materasso e delle coperte, «dove lui sta sempre al buio a guardare film», prova a contattare un'amica all'estero e comincia a far girare la foto su facebook. «Ho trovato due schede sim, sono risalito all'identità. La compagnia telefonica mi diede solo il nome di battesimo. Benjamin».

Un inizio. M. intanto prova a riportarlo alla vita reale. Utilizza tutte le sue amicizie. Per i capelli un amico parrucchiere, coinvolge la Caritas che gli dà il tesserino, e cerca di farlo parlare, se lo porta dietro anche nelle trasferte lavorative. Niente è facile. Benny ogni tanto fa i "capricci", vorrebbe forse andare via, si chiude a riccio. «Ma chi te lo fa fare» gli dicono gli amici. «Ora lo hai aiutato, ma che puoi fare di più?». Ma M. non lo molla, anche con l'aiuto della famiglia e della sua giovane segretaria. Riesce ad avere una segnalazione qualificata. Un ragazzo scrive in tedesco tutte le informazioni utili. Compreso il numero di telefono della madre. «Sono venuto a scoprire che Benny ha un fratello gemello e un altro fratello. Ho avvertito la madre e lei finalmente ha potuto riabbracciarlo». Non saranno rose e fiori. Anche l'incontro tra madre e figlio è traumatico per entrambi. La donna trova anche lei ospitalità per cinque giorni. A questo punto M. potrebbe salutarli ma capisce che Benny non è pronto a ripartire. La donna allora torna in Germania e M. farà solo dopo quache giorno il biglietto di ritorno, lo accompagnerà fino al check in, acquistando un biglietto anche per se stesso, che non utilizzerà. Sì, perché Benny ormai si fida di lui, lo segue. «L'ho visto partire ai primi di aprile. Ancora non l'ho chiamato». ci racconta non senza un moto di emozione. «E non so se sarà un bene farlo. A chi mi chiede se non mi sia costato troppo fare tutto questo, dico di no. Dare agli altri gioia, ti ritorna».