Maurizio ha 32 anni e da tre lavora presso un centro di accoglienza della provincia di Latina. Sta partecipando ad un corso di formazione per migliorare la mediazione linguistica ed è consapevole che probabilmente non gli servirà a nulla. Con la stretta sulle politiche per i migranti circa 600 persone, come Maurizio, resteranno senza lavoro nella sola provincia di Latina. E' una storia che non diventerà mai una vertenza sindacale, per due motivi. Il primo: non è «popolare» difendere questi giovani lavoratori perché farlo significherebbe cambiare registro sulle ultime scelte relative all'accoglienza dei migranti che arrivano come richiedenti asilo e che, fino a ottobre scorso, aspettavano la valutazione delle loro domande in contesti che garantivano servizi minimi, comprese la mediazione linguistica, l'assistenza legale, un minimo di nozioni sui diritti. Il secondo motivo afferisce la modalità con cui questi lavoratori prestavano servizi presso i centri di assistenza. Si tratta, nella stragrande maggioranza, di giovani consulenti con partita Iva per i quali, di fatto, questa era l'unica occupazione, ma formalmente non hanno nessun rapporto diretto né esclusivo con le coop o le associazioni aggiudicatarie della gestione dell'accoglienza. Dunque è impensabile una difesa sindacale e tanto meno una protezione dal welfare pubblico. Rimarranno senza reddito punto e basta.

«Nessuno di noi - dice Maurizio - pensava che questo sarebbe stato un lavoro stabile, per tutta la vita ma tutti eravamo certi di contribuire ad un grande progetto di accoglienza e di far parte di un sistema che assicura i diritti dei migranti e lavoro. Un servizio efficace non può essere a costo zero e nemmeno in questo caso. Il dibattito sui cas è stato limitato alle sorti degli ospiti dei centri, che è un argomento certamente importante; ma nessuno ha pensato che fine farà il sistema dell'accoglienza con le persone che vi lavorano, come se questo aspetto dell'occupazione non interessasse a nessuno. In un territorio difficile e con un gravissimo deficit occupazionale degli under 35 credo che essere indifferenti a ciò che sta accadendo nell'ambito dell'accoglienza sia incredibile. Ma vero, purtroppo». Per completezza statistica va detto che i centri di accoglienza hanno anche dei lavoratori dipendenti, gli addetti alle pulizie e al trasporto per esempio, e quelli che si occupano della mensa quando non c'è un subappalto esterno. Sono figure professionali non altamente scolarizzate come i consulenti, tutti laureati, e sono un terzo circa del totale. Per loro ci sono spiragli perché se e quando i centri chiuderanno o ridurranno comunque il personale si potrà trovare una soluzione al reddito con l'accesso al contributo per la disoccupazione.