Erano diecimila e adesso sono ridotti a meno di un terzo, erano tutti sindacalizzati e ciò nonostante hanno perso ogni diritto, beffati dalla chiusura degli stabilimenti e dai crac peggiori della storia recente dell'economia locale.
Eppure i circa tremila lavoratori della nautica non si arrendono.
Sono sparsi un po' ovunque in provincia e non necessariamente lungo la costa, anzi, per la verità, ogni piccola zona industriale sopravvissuta alle dismissioni ha un suo cantiere navale con «manovalanza» specializzata ed è (per chi bada anche a queste percentuali) uno dei pochi settori in cui gli occupati sono tutti italianissimi, prodotto finito di una tradizione specifica della costa pontina che in quasi 40 anni di ascesa ininterrotta aveva creato la «fabbrica» delle barche e l'indotto della manutenzione. Poi i fallimenti di alcuni dei maggiori marchi di produzione ha travolto l'intera economia della nautica, anche per «colpa» sui maggiori controlli sul leasing a carico delle aziende, modalità preferita fino a tutti gli anni 90 per schivare una maggiore tassazione.
«Oggi c'è la volontà di non far morire un settore ad alta potenzialità per l'occupazione come quello del diportismo - dice uno dei rappresentanti degli operatori della categoria, Salvatore Pastore, responsabile della categoria degli operatori nautici per Feneal Uil - e della messa in sicurezza delle barche da diporto».