Federica è tornata nella sua casa di Terracina da nemmeno dieci giorni. Con lei, il piccolo Elia, nato all'ospedale San Giovanni di Dio di Fondi alle tre del mattino del 7 marzo scorso. Il piccolo è uno dei nati in questi giorni confusi, in cui tutti rivedono le proprie abitudini e si barricano in casa a causa del diffondersi del Coronavirus. Un'esperienza surreale, è d'accordo Federica. Che conferma che anche in ospedale, non è stato facile. «È andato tutto in modo regolare dal punto di vista medico» racconta. «Sono arrivata al pronto soccorso la sera del 7 marzo e ho partorito alle 3 del mattino. Medici e sanitari bravissimi, tutto bene. Ma mano a mano che passavano i giorni, si percepiva il peso di questo evento sempre più grande, che accadeva all'esterno». Dal 7 marzo a oggi, già sono cambiate un sacco di cose. Decreti, ordinanze, ll'aumento dei contagi. In quei giorni, si erano appena approvati i provvedimenti per la Lombardia e le 11 province del nord. Subito dopo sarebbero arrivati i provvedimenti su tutta Italia. Divieto di contatto, di assembramento, di spostamento. «Gradualmente hanno sospeso le visite ai parenti, i discorsi sul virus si sono fatti sempre più insistenti, e poi sono comparse le prime mascherine per il personale sanitario» continua Federica. «Unica visita consentita, il mio compagno ma solo dalle 17 alle 20 e con la mascherina. Per cinque giorni non ho visto il mio primogenito, di due anni e mezzo». Difficile stare lontano dai propri cari. Situazione che, peraltro, si perpetua ancora oggi. «I miei suoceri abitano accanto noi ma i miei genitori, i nonni materni, per ora hanno visto Elia una sola volta. E mancano. Sfruttiamo messaggi, foto e videochiamate, nella speranza che possiamo presto tornare alla normalità».
Normalità, questa è la dimensione che sembrava scontata, e che invece è sparita all'improvviso. Trentuno anni lei, trentadue lui, già genitori di un bimbo di 2 anni e mezzo e adesso ben consapevoli che questa esperienza i loro figli la studieranno sui libri di storia, di scienza e di medicina. Ma c'è voglia di serenità. «Siamo in casa quasi sempre, anche se è difficile non uscire in questa situazione. Dopo una nascita ci sono molte pratiche burocratiche, le visite mediche, e le tante cose di cui un bimbo ha bisogno quotidianamente» racconta la mamma. «Il grosso lo fa Roberto, è lui che esce, ben protetto con guanti e mascherina». Per il resto si attende. Quello che una nascita si porta inevitabilmente dietro. Di poter condividere la gioia con gli altri. Perché per ora, niente visite a casa, niente regali delle zie, delle amiche. Si spera di poter recuperare presto. «Viviamo con questa idea. Che questa è una fase. Nell'attesa».