Il Comune di Minturno esulta per la sentenza della Corte di Appello di Roma che gli accorda quasi un milione e mezzo di euro come ristoro per la vicinanza all'impianto nucleare dismesso di Sessa Aurunca in provincia di Caserta, mentre il Comune di Latina, che non ha nulla da incassare, vergognosamente tace.

Eppure proprio da Latina era partita nel 2007 la rivendicazione per vedere riconosciuto a tutti i Comuni italiani che ospitano centrali nucleari o siti connessi all'utilizzo di materiali radioattivi, il diritto al percepimento dell'intero ammontare dei ristori previsti da una legge del 2003, ristori successivamente decurtati in maniera indebita del 70%. Per sostenere quella battaglia, su impulso dell'allora sindaco Vincenzo Zaccheo, era stata costituita l'Ancin, l'Associazione dei comuni italiani nuclearizzati, di cui Latina era capofila. E quando gli enti aderenti all'Ancin, affidati alle cure legali dell'avvocato Xavier Santiapichi, avevano promosso l'azione legale per ottenere il riconoscimento delle differenze mai percepite sul ristoro fissato per legge, l'allora Commissario straordinario Guido Nardone non si presentò a Roma per la firma della costituzione di parte. Gli altri comuni e lo stesso legale pensarono ad un impedimento, forse addirittura un vuoto di memoria, ma quando con grande cortesia inviarono un'auto a Latina con l'atto di costituzione in giudizio da firmare, il Commissario Nardone la rimandò indietro senza la sua firma.

Nel periodo della sua permanenza in piazza del Popolo, anche il sindaco Giovanni Di Giorgi, succeduto alla gestione commissariale di Nardone, non ebbe comunque modo, forse neppure l'intenzione, di porre riparo alla incomprensibile assenza del Comune di Latina dal gruppo di ricorrenti. Così, quando il 26 luglio 2016 il Tribunale di Roma condannò la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Cipe e il Ministero dell'Economia a restituire ai comuni nuclearizzati quello che era stato loro tolto, Latina non figurava tra i beneficiari del provvedimento. Uno scandalo.

All'epoca l'amministrazione Coletta era appena insediata e il sindaco aveva appreso dai giornali di quella pagina nera della città; con l'intervento dell'ex sindaco Zaccheo, l'Ancin fissò una riunione straordinaria per valutare la possibilità di un ricorso tardivo da parte del Comune di Latina. Il 27 settembre 2016 il vicesindaco Paola Briganti partecipò alla riunione dell'Ancin e il giorno seguente dichiarò: «Una volta approfondite le tematiche legali conseguenti la pronuncia della sentenza del Tribunale di Roma, il Comune di Latina valuterà la possibilità di attivarsi per il recupero delle somme del ristoro nucleare».

Meno di un mese dopo, il sindaco Damiano Coletta sarebbe tornato sulla questione, annunciando che qualche giorno prima, il 17 ottobre 2016, aveva inviato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, al Cipe e al Ministero dell'Economia un atto di invito, diffida e messa in mora per veder riconosciuto anche al Comune di Latina il diritto ad ottenere senza decurtazioni il ristoro nucleare, essendo peraltro territorio ospite della prima centrale nucleare realizzata in Italia, all'epoca, era il 1962, la più grande d'Europa.

Ma a parte gli annunci e le lettere, l'amministrazione Coletta non avrebbe intrapreso alcuna strada per vedersi riconosciuto il diritto che le spettava. Il suggerimento dell'avvocato Xavier Santiapichi di costituirsi tardivamente non è stato raccolto, e così, oltre a non figurare nell'elenco dei Comuni destinatari della sentenza del 22 luglio 2016, e ovviamente nemmeno in quello dei Comuni destinatari della sentenza di appello di giovedì 4 giugno 2020, l'ente di Piazza del Popolo non è nemmeno nell'elenco dei sei comuni che insieme alla provincia di Vercelli sono in giudizio, con una costituzione tardiva, per vedersi riconosciuto quello che ad altri è da due gironi definitivamente accordato, cioè il diritto a percepire, con i dovuti arretrati e interessi, l'intero ammontare del ristoro nucleare previsto per legge.

L'unica cosa che il Comune di Latina ha fatto, è stato negare l'accesso agli atti promosso dal consigliere comunale Matteo Coluzzi con una richiesta protocollata il 31 luglio 2017, quasi un anno dopo la cauta presa di posizione del vicesindaco Briganti e la diffida urbi et orbi del sindaco Coletta. Ma quello di dire no a qualsiasi richiesta di accesso agli atti è un vizio, anzi una prerogativa, del segretario generale Rosa Iovinella.

Il consigliere Coluzzi voleva soltanto capire quale fosse lo stato dell'arte sulla questione del recupero del ristoro nucleare. Dalla zarina di Piazza del Popolo ci piacerebbe sapere adesso se è normale perdere una ventina di milioni di euro di arretrati, ma soprattutto se è lecito non aver fatto niente per cercare di recuperarli. Oppure è stato fatto qualcosa di cui i cittadini di Latina non hanno contezza?