E' toccato all'ex capo della squadra mobile, Antonio Galante, ricostruire in Tribunale come è nata Alba Pontina, la prima inchiesta che contesta il metodo mafioso ad Armando Di Silvio, che fino a due anni fa era solo uno zingaro dagli occhi di ghiaccio piuttosto temuto. Fu colpa di un'altra inchiesta, Dont'Touch e del processo che ne scaturì. Galante ha detto che l'incipit di questa storia arrivò da una triste vicenda avvenuta a maggio del 2016, il tentato suicidio di Roberto Toselli, che di lì a poche ore doveva testimoniare contro Costantino Di Silvio Cha Cha e i fratelli e Angelo-Palletta e Salvatore Travali. Un episodio drammatico che porterà, gradualmente gli investigatori sulle tracce dell'organizzazione che aveva preso il posto dei Travali, quella capeggiata, appunto, da Armando Di Silvio e nella quale entrò a far parte anche il figlio di Cha Cha, oggi pentito e teste chiave in Alba Pontina. Poteva bastare anche questa singola vicenda a restituire la fotografia scabrosa della ferocia messa in campo dai gruppi criminali rom di Latina.

Invece l'ex capo della mobile ne ha fornite anche altre ieri mattina. Per esempio l'episodio più importante che spiega la difficoltà nelle indagini e le soffiate pesanti che hanno fatto saltare operazioni cardine, come quella che già nell'estate del 2016 avrebbe potuto produrre l'arresto per estorsione di Agostino Riccardo e (almeno) Gianluca Di Silvio, uno dei figli di Armando detto Lallà. Un pomeriggio la Questura di Latina si era preparata al blitz in flagranza, durante la consegna della rata di un'estorsione, ma tre ore prima Agostino Riccardo riceve una telefonata dal centralino della Finanza.

La conversazione salta ma Riccardo ne rintraccia l'autore, Antonio Fusco, detto Marcello e dai Di Silvio chiamato «zi' marcello»; è lui l'autore della soffiata e della telefonata fatta da qualche interno di Palazzo Emme cui non si è mai riusciti a risalire. «Rimanemmo gelati», ha detto ieri Galante. Molti altri i dettagli offerti all'attenzione del Presidente del Tribunale, Gian Luca Soana e alla difesa, come il ruolo delle donne delle famiglie Ciarelli e di Silvio. Un episodio, sempre del 2016, dimostrò agli inquirenti (e viene analizzato anche adesso) come la prova che le donne «venivano mandate avanti», praticavano loro un regolamento di conti anche facendo a botte per evitare sparatorie, poiché i due gruppi familiari «erano certamente in possesso di armi». Per quanto non ci sia mai stato un sequestro ingente e diretto nei luoghi di stretta connessione con le due famiglie. Larga parte dell'escussione del dirigente della Polizia ha riguardato il rapporto tra questa indagine, tutta incentrata sulla figura di Armando Di Silvio e della sua famiglia, e l'eredità di prove e storie verificate in sede giudiziaria che si ritrovano nella sentenza del processo Caronte, una specie di pietra miliare di quanto accaduto a Latina prima e subito dopo la cosiddetta «guerra criminale del 2010», che ha prodotto due morti e una scia di gambizzazioni. La difesa, in particolare gli avvocati Oreste e Angelo Palmieri, ha insistito molto sulla estraneità di Armando Di Silvio ai fatti di quegli anni.