La pubblica accusa ha chiesto in Appello la conferma di tutte le condanne già comminate esattamente un anno fa a parte del gruppo riferibile ad Armando Di Silvio nell'ambito del primo troncone di Alba Pontina, che, come si sa, si è chiuso davanti al gup del Tribunale di Roma. Nell'udienza di ieri sono state anche sostenute le motivazioni dei ricorsi per alcuni degli imputati.
La difesa punta in questa fase, in primis, a scardinare l'esistenza dello stampo mafioso dell'associazione dei Di Silvio, contestata per la prima volta alla famiglia con gli arresti del 2018.
Il Comune di Latina e la Regione Lazio si sono costituite parte civile e ad entrambi gli enti è stato riconosciuto un risarcimento per i danno economici e di immagine derivanti dalla presenza di quello che è stato descritto come un clan potente e temuto anche per la sola spendita dell'allure criminale legata al nome.

In primo grado erano state queste le condanne: 17 anni e quattro mesi di reclusione nei confronti di Gianluca Di Silvio, 16 anni e 8 mesi per Samuele Di Silvio, 16 anni e 4 mesi per Ferdinando Pupetto Di Silvio. Sono i figli di Armando Lallà Di Silvio - ritenuto secondo i pubblici ministeri Spinelli, Zuin e De Lazzaro, il capo del sodalizio. In tutto a Roma sono nove gli imputati.
Il giudice Annalisa Marzano nelle motivazioni della sentenza di primo grado aveva ribadito la grande forza intimidatrice del clan di Campo Boario esercitato a Latina per anni e in modo acclarato. «Tutti avevano paura».
Si tornerà in aula il prossimo 18 settembre e nel frattempo va avanti con rito ordinario davanti al Tribunale di Latina il secondo troncone di Alba Pontina nel quale sono stati già sentiti i pentiti Agostino Riccardo e Renato Pugliese.