Centinaia di cittadini del Bangladesh, pachistani e indiani sono entrati in Italia «a causa» del gruppo di imprenditori e mediatori che fino al 2014 ha barato sui documenti facendosi pagare tra i 500 e i 10mila euro da ciascun immigrato. La storia contenuta nel capo d'imputazione del processo in corso davanti alla Corte d'Assise di Latina è emblematica, perché spiega il meccanismo che si mette in moto in danno degli immigrati, degli uffici di controllo, di cui si scrive che sono stati di fatto imbrogliati, e di come tutto ciò contrasti con la vulgata, assai di moda, di contrasto all'immigrazione clandestina. In questa vicenda sono i numeri a dire tutto: ognuno degli imputati ha presentato decine di domande false allo sportello immigrazione. In un caso le istanze sono state ben 98, depositate al Sui negli anni dal 2011 al 2013 per far ottenere a cittadini di India e Bangladesh permessi di lavoro stagionale non previsti, anzi inutili.

La maggior parte degli imprenditori coinvolti sono piccoli titolari di aziende agricole e proprio perché tali sono stati scoperti: il loro terreno coltivabile era troppo piccolo per giustificare una simile richiesta di braccianti stagionali. Va detto che una percentuale elevata (circa un terzo) dei cittadini stranieri entrati in Italia con questo sistema sono stati poi individuati come clandestini dalla stessa polizia di Latina nel giro di pochi mesi. Le dichiarazioni false e i raggiri sono il filo rosso di tutta l'indagine: sono state contraffatte persino le procure di un notaio, sentito dagli investigatori come persona informata sui fatti. C'era chi si spacciava per un parente morto che nella vita faceva l'imprenditore agricolo, chi depositava dichiarazioni su redditi inesistenti, con terreni di altri, utilizzano chiavi di accesso di un Caf ignaro (sino a prova contraria). Il «gancio» per gli italiani era Narzul Islam, un bengalese che procurava, appunto, i lavoratori nei Paesi stranieri e li metteva in contatto con la rete italiana, si faceva consegnare almeno 5000 euro che venivano smistate tra mediatori e imprenditori. La pena che rischiano tutti i coinvolti in questo giro perverso di permessi inventati è assai alta e forse nessuno di loro aveva capito in quale guaio giudiziario si stava mettendo. Nazrul aveva due «soci» principali a Fondi, Carlo e Maurizio Macaro, definiti «capi e promotori dell'organizzazione» poiché mantenevano i contatti con gli stranieri da regolarizzare. Ci sono un paio di aspetti curiosi o inquietanti, in un simile ginepraio: intanto andrebbe escluso definitivamente che ci siano state complicità burocratiche perché è impossibile che una banda di mediatori improvvisati riesca da sola a mettere in piedi una rete dai profitti milionari di questo tipo; inoltre è anomalo che davanti alla prova evidente che ci sono stati alcuni imprenditori italiani che hanno favorito (letteralmente) l'immigrazione clandestina, nessuna forza politica né sociale si è (ancora) indignata.