Per i giudici della Suprema Corte di Cassazione c'erano i presupposti per l'ordinanza dicustodia cautelare degli arresti domiciliari scattata per Cristian De Rosa, 25 anni, coinvolto a dicembre nell'operazione dei Carabinieri denominata "Scudo". Dopo essersi visto negare l'annullamento della misura restrittiva dal Tribunale del Riesame, la difesa del giovane rom legato al clan Di Silvio aveva tentato la strada della Cassazione, ma il ricorso è stato dichiarato inammissibile agli inizi di luglio, con motivazioni pubblicate nei giorni scirsi.
La figura di Cristian De Rosa era emersa nell'indagine del Nucleo Investigativo sul giro di spaccio e usura, sfociato nell'estorsione, che ruotava attorno alla figura del quarantenne Antonio Di Silvio, un personaggio slegato dalle famiglie di Campo Boario, ma pur sempre dedito agli affari illeciti. In una circostanza quest'ultimo si sarebbe rivolto al De Rosa, i due vivevano nella stessa zona della città, in via Londra, per rifornirsi di hascisc da consegnare a due clienti.

Gli investigatori avevano documentato che, facendo ricorso a un minorenne che lo aiutava nello spaccio, Antonio Di Silvio si era fatto portare la droga dal De Rosa: durante un servizio di osservazione, i carabinieri avevano documentato che il 17enne era sceso dalla sua auto e aveva consegnato l'hascisc al quarantenne, che a sua volta l'aveva data ai clienti. Questi ultimi, poi, erano stati fermati da una pattuglia dell'Arma poco lontano, accertando che l'involucro passato di mano fosse proprio sostanza stupefacente.
La difesa dell'indagato sosteneva che fossero inconsistenti gli indizi raccolti a carico di Cristian De Rosa, ovvero che non era direttamente accertabile il possesso della droga soltanto perché la sostanza era passata nella sua vettura. I giudici della Cassazione, per tutta risposta, oltre a rilevare che la rilettura degli elementi probatori non compete alla Suprema Corte, hanno fatto di più, sottolineando lo spessore criminale del giovane di via Londra finito agli arresti domiciliari.

Nella sentenza, i giudici ricostruiscono la bontà del lavoro di accertamento svolto dai carabinieri e rilevano persino come «l'ordinanza impugnata ha altresì evidenziato il legame del ricorrente con un personaggio di rilevante spessore criminale come Armando Di Silvio, nonché negativa personalità di Cristian De Rosa, desunta dai suoi precedenti penali e giudiziari specifici, circostanze alla luce delle quali, il Tribunale, con incensurabile motivazione, ha ritenuto il persistente inserimento dell'indagato nell'ambiente del traffico di sostanze stupefacenti».