Certe volte capita, inaspettatamente, di trovarsi proietatti indietro di decenni. Succede nel mondo del lavoro, dove, in un attimo, i diritti acquisiti da sempre e il linguaggio che li ha accompagnati scompaiono in un soffio. In fondo è ciò che è accaduto in queste ore alla Cuki di Pontinia. Nessuno la conosce, a parte le casalinghe che acquistano i rotoli di carta e accessori che producono. Dietro quel marcio e quello stabilimento ci sono operai che in questi giorni lottano e fanno presidi sotto a un sole cocente, dentro un'area industrializzata che di industrie ne conta ormai col le dita di una mano. E stanno lottando per una condizione di lavoro accettabile, dignitosa. Non chiedono aumenti salariali, ma «condizioni umanamente accettabili».


Puff. In un balzo stiamo negli anni Settanta e tutto è cambiato. Persino il dialogo con l'azienda, che nel comunicato di risposta alla protesta in corso cita, forse esagerando un tantino, una poesia di Cesare Pavese, «Lavorare stanca». La mobilitazione dei dipendenti della Cuki di Pontinia va avanti dal 23 luglio sotto una coltre di indifferenza che in parte stupisce e in parte conferma che le lotte sindacali sono ormai un ricordo, superate a gran velocità da condizioni di lavoro assai simili allo schiavismo che pure si registrano in molte aree della provincia di Latina. Eppure è uno sciopero che pian piano si sta ricavando un suo spazio, soprattutto un suo perché. Ieri pomeriggio è andato a trovare gli operai che «presidiano i cancelli» (frase desueta ormai anche questa) il segretario nazionale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, alla sua prima uscita dopo l'elezione.