A proposito di immigrazione clandestina e di chi la favorisce, una storia surreale uscita dalla sentenza della sezione ter del Tribunale amministrativo del Lazio riaccende i riflettori sulle modalità (truffaldine) con cui alcuni imprenditori fanno entrare in Italia lavoratori stranieri con permessi di soggiorno fondati su dichiarazioni mendaci. Questa vicenda specifica ha inizio nel 2018 ed ha scandalizzato, in qualche modo anche il Tribunale amministrativo che, espressamente, ne sottolinea «la singolarità» nella sentenza finale.

Il ricorso, accolto in toto, è firmato da un cittadino indiano che arriva a Latina per la prima volta con un contratto stagionale per gli anni 2011-2012 e dopo avrebbe dovuto far ritorno nel suo Paese. Nel 2013 ottiene la sanatoria perché una casalinga si presenta all'ufficio immigrazione e dichiara che da quel momento lo stesso immigrato indiano avrebbe lavorato per lei, ma una volta uscita dall'ufficio comunica al «dipendente» che in realtà sarà nell'organico di un'azienda agricola, dove effettivamente resta dal 2014 al 2018.

In qualche modo la truffa si fa strada da sola e nel 2018 la Guardia di Finanza di Latina, nell'ambito di verifiche sul lavoro in agricoltura, sente anche questo indiano il quale, a quel punto, vuota il sacco e dice di essere vittima di un raggiro da parte di due italiani. Ma quando nel 2019 lo stesso immigrato presenta domanda di rinnovo di permesso di soggiorno si ritrova davanti ad un rifiuto per falsità materiale, il falso appunto di aver dichiarato di andare a lavorare come domestico mentre era bracciante agricolo nella realtà. Il danno oltre la beffa. Il suo legale ha riunito tutta la sequenza dei fatti nel ricorso al Tar contro il diniego della questura, la quale a sua volta ha controdedotto, ma a far fede c'era la denuncia per truffa del 2018 fatta presso la Finanza. Il Tar ha quindi accolto il ricorso