È una vicenda degna del copione di un film quella legata al pagamento di una tangente da 600.000 euro, da parte degli indagati, per ottenere l'affidamento di un maxi appalto, passaggio di denaro che poi si è rivelato una truffa colossale, consumata ai danni dello stesso Luciano Iannotta. È tutto finito agli atti dell'inchiesta "Dirty Glass" perché consente agli inquirenti di definire, una volta per tutte, il rapporto economico tra l'imprenditore di Sonnino e la famiglia napoletana Festa, che gli affida ingenti capitali di provenienza illecita da riciclare.

Una proposta allettante
I fatti emersi nel corso delle intercettazioni risalgono al maggio del 2018, quando un imprenditore ciociaro aveva prospettato a Natan Altomare, suo amico, la possibilità di aggiudicarsi, in cambio di una tangente di un milione di euro, un appalto della Regione Lazio del valore iniziale di 20 milioni di euro, che sarebbero potuti lievitare fino a 50, per la fornitura di cassonetti. Un'opportunità che l'imprenditore a sua volta aveva dovuto reclinare non potendo sostenere la portata della fornitura: a proporgliela era stato un rappresentante romano di materiale per ufficio che sosteneva di avere le entrature giuste, ovvero un dirigente regionale di nome Vincenzo Valeriani, fantomatico padre dell'allora assessore regionale omonimo. Tutto falso, ma solo alla fine della vicenda si scoprirà che il funzionario era un impostore e non aveva alcuna parentela con l'assessore.
Natan Altomare propone l'affare a Luciano Iannotta che accetta dopo avere fatto visionare la documentazione dell'appalto a un legale di fiducia. Iniziano gli incontri preliminari con Valeriani che ben presto introduce tale Stefano Ricci - anche questo risulterà un nome inventato - ossia una persona di sua fiducia che ha l'incarico di accertare la reale disponibilità economica del sodalizio pontino. Prima della presunta aggiudicazione dell'appalto, infatti, il fantomatico dirigente della Regione vuole avere la certezza che Iannotta sia in possesso dei 600.000 euro che consistono nella prima rata della tangente. I soldi li mettono i Festa e sarebbero stati conservati da una persona di fiducia di Iannotta in attesa dell'erogazione dei fondi pubblici: nel caso in cui fosse saltata l'aggiudicazione dell'appalto, quindi, il denaro sarebbe rimasto a loro.

Un raggiro sopraffino
Insomma, i truffatori sono abili a rendersi credibili agli occhi dell'imprenditore, ma il raggiro è dietro l'angolo. Stefano Ricci chiede infatti a Iannotta di poter visionare i 600.000 euro per essere sicuro che abbia la disponibilità dei soldi e che questi siano autentici. Si mettono d'accordo quindi per un incontro nello studio romano di un notaio: all'appuntamento, Iannotta e Altomare si presentano con tanto di scorta, ovvero due uomini che lavorano per un'agenzia di sicurezza privata, e Luigi De Gregoris che è in possesso del porto d'armi per difesa personale e ha con sé una pistola. Una situazione sfavorevole, che i truffatori riescono ad aggirare con grande disinvoltura.
Durante l'incontro dal notaio, infatti, Stefano Ricci cambia idea, non si fida di contare i soldi in quel luogo. A quel punto entra in gioco un funzionario della Corte dei Conti, amico del rappresentante di materiale per ufficio, che propone a Iannotta e Ricci di spostarsi nella vicina sede della Corte dei Condi dove lui, in cambio del 5% sul valore della tangente, può mettere a loro disposizione un ufficio. Entrati quindi nella sede della magistratura contabile, Ricci conta i soldi e li infila in un borsello, sostenendo di doverli fare controllare a delle persone che si trovano in quel palazzo, ma mentre esce dall'ufficio riceve una telefonata: sono quelle stesse persone che ritengono non sia opportuno visionare i soldi in quella sede. Quindi rende i soldi a Iannotta, suddivisi in tre buste identiche alle prime, però sostituite con banconote false. Quindi i due tornano dal notaio e Iannotta restituisce il denaro, falso, ad Antonio Festa, presente anche lui all'incontro, che si accorgerà del raggiro solo una volta tornato a Napoli.
Prima di sparire dalla circolazione, il giorno stesso, Stefano Ricci rassicura l'imprenditore di Sonnino sulla buona riuscita dell'affare, annunciando la stipula del contratto per il lunedì seguente. Quando l'indomani Iannotta scopre di essere stato truffato, lo sconforto è alle stelle, ma lascia ben presto il posto alla rabbia e si attiva subito per rintracciare le persone che lo hanno truffato.

La soluzione rischiosa
Ma se Ricci e Valeriani sono introvabili, Iannotta riesce a rintracciare il rappresentante di materiale d'ufficio che aveva proposto l'affare e il funzionario della Corte dei Conti e insieme a Natan Altomare li porta a Sonnino, nel capannone di una delle sue società, per sequestrarli e minacciarli affinché li aiutino a recuperare i soldi. Sarà un buco nell'acqua anche questo tentativo, visto i due sembrano realmente all'oscuro della truffa, ma il sequestro di persona, durato alcune ore, tra urla e colpi di pistola esplosi da Iannotta a scopo intimidatorio, sarà piuttosto traumatico, interamente documentato dalle microspie piazzate nelle auto. Un epilogo che aggrava ulteriormente il quadro indiziario a carico dell'imprenditore di Sonnino.